La santa protettrice di Veroli – orgoglioso comune del frusinate, che esibisce sulla porta principale di accesso l’acronimo Spqv, “Senatus Populusque Verulanus”, tanto per capirne le velleità – è la madre dei “figli del tuono”, i due discepoli più fumantini tra i dodici seguaci di Cristo: Giacomo, il maggiore e Giovanni, l’evangelista. Santa Maria Sàlome è il nome che la tradizione le attribuisce (quell’accento sulla “a” serve a due cose: a distinguerla da quella Salomé, di tutt’altra fatta, che chiese la testa di un altro Giovanni, il battista; e ad associarla alla parola “pace”: Shalom, Sàlom, Sàlome): Maria Pace.

Come questo borgo della Ciociaria si sia imparentato con la madre degli “zebedei” (il padre Zebedeo, compare nel Vangelo solo quando i due figli lo lasciano per seguire Gesù) è una storia lunga e accidentata. Intanto a Santa Maria Sàlome è dedicata la chiesa più bella di Veroli.
Una Basilica in cima al paese, da cui si gode un panorama suggestivo sulla pianura sottostante, tra i monti Ernici e i Lepini. Una Basilica che è stata insignita da papa Benedetto XIV (nel 1751) del privilegio di veder costruita una “scala santa” (ce ne sono una ventina nel mondo, a imitazione di quella trasferita da Gerusalemme a Roma, per iniziativa di Sant’Elena) con annessa possibilità di lucrare l’indulgenza offerta ai penitenti di San Giovanni in Laterano. Quella di Veroli conta solo dodici gradini (sono 28 quelli dell’originale), da percorrere genuflessi. Nell’undicesimo è inserita una scheggia della Croce di Cristo (o almeno estratta dalla presunta reliquia ospitata nel Tesoro della Concattedrale di Veroli).
Un tempio barocco, nella facciata e nell’interno, che dall’esterno (e nella cripta sottostante) denuncia la sua origine romanica. II primo edificio di culto in onore di Sàlome fu costruito qui nel 1209, sopra il luogo in cui venne recuperata (il 25 maggio) un’urna marmorea con i resti mortali attribuiti alla madre dei “figli del tuono”, che la tradizione voleva in questi luoghi nella sua peregrinazione dopo i fatti di Gerusalemme e la diaspora della prima comunità apostolica (Giacomo a evangelizzare la Spagna, Giovanni custode della Madre di Dio a Efeso). Secondo la “Legenda aurea” alcune delle Marie del Vangelo – Maria Maddalena, Maria di Cleofa, la madre di Giacomo minore e la stessa Maria Sàlome – insieme a Marta e a Lazzaro, approdarono nei pressi di Marsiglia. Lì le strade si divisero. Ciascuno seguì la sua per evangelizzare.
L’urna ritrovata nel 1209 aveva un’iscrizione univoca: “Hae sunt reliquiae B. Mariae Matris apostolorum Jacobi et Joannis”. Sul luogo sorse un oratorio (oggi nella cripta della Basilica si trova l’urna, l’altare e un affresco del XIII secolo) e poi la Basilica. Oggi i resti della santa si trovano nell’imponente confessione marmorea, sotto l’altare maggiore.
Nell’abside campeggia una tela del Cavalier d’Arpino, in cui santa Maria Sàlome è ritratta con la pisside ripiena di oli e unguenti (mirra) da usare dopo la deposizione di Cristo. “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo” (Matteo, 27,55-56).
Il Vangelo di Matteo attribuisce a lei la frase inopportuna rivolta a Gesù, sul futuro dei “figli del tuono” (secondo Marco l’idea è farina del sacco dei figliuoli ambiziosi): “Allora la madre dei figli di Zebedeo si avvicinò a Gesù con i suoi figli, prostrandosi per fargli una richiesta. Ed Egli le domandò: «Che vuoi?». Ella gli disse: «Di’ che questi miei due figli siedano l’uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nel tuo regno». Gesù rispose: Voi non sapete quello che chiedete” (Matteo, 20,20-22).
Debolezza di una madre, raffigurata in vari modi nella Basilica, il più bizzarro è frutto della strana fantasia di un architetto contemporaneo (ometto il nome per carità), che trasforma Maria Sàlome in un fantasma nel transetto.
Per fare pace con la bellezza merita una sosta la terracotta (secentesca) di una Maternità sorridente (ride la Madre, ride il Bambino: il loro sorriso ricorda la maternità in terracotta di Leonardo) nella mandorla posta sopra l’ingresso della sacrestia, un tempo posta nell’abside.

