L’attenzione di chi si avventura verso Sermoneta è rivolta abitualmente ai Giardini di Ninfa. O al castello Caetani da cui si gode un vasto panorama che abbraccia il mare oltre la pianura pontina. Lo stesso panorama in realtà si gusta dal piazzale dell’Abbazia di Valvisciolo, probabilmente la più antica costruzione cistercense (certamente più antica di Casamari e di Fossanova) nel Lazio.

L’origine del complesso monastico (ci sono ancora cinque frati cistercensi), all’incrocio delle strade per Bassiano e Sermoneta, è però ancora precedente alla comunità fedele alla riforma di San Bernardo.

La tradizione vuole che il primo insediamento monastico in questa zona avvenisse a opera dei monaci basiliani di San Nilo, già presenti a Grottaferrata. Siamo nell’VIII secolo. Intorno al XII secolo la comunità monastica greca venne sostituita da quella proveniente da un insediamento presente a Ninfa (prima che il paese fosse definitivamente abbandonato), affidato ai cavalieri di San Lazaro, secondo alcune fonti, oppure già una comunità cistercense (Santa Maria di Marmosolio). Poi arrivarono i cistercensi provenienti da Carpineto Romano (Santo Stefano in Valvisciolo).

E quindi, certamente dal XIII secolo furono i Templari a gestire l’Abbazia, fino allo scioglimento dell’Ordine, e prima del ritorno dei cistercensi.

Origini complicate – così come le successive vicissitudini: dopo i cistercensi una breve comparsa degli agostiniani, poi dei frati Minori di Francesco di Paola, quindi la trasformazione in commenda e l’abbandono dopo Napoleone: fu papa Pio IX a ridare vita all’Abbazia e riaffidarla ai cistercensi – così come incerte l’origine del nome: valle dell’Usignolo (Vallis Luscinae) o valle delle Visciole (le ciliegie selvatiche tanto diffuse intorno a Roma)?

                     

Oggi l’Abbazia è dedicata a Santo Stefano e a San Pietro.  Presenta una struttura romanico-cistercense, all’esterno, dove campeggia l’immenso rosone.

L’interno è stato turbato dagli ultimi restauri del secolo scorso, che hanno tolto molto del fascino cistercense che si gode ancora a Casamari o a Fossanova.

In verità gli interventi successivi avevano già modificato l’austero impianto voluto da San Bernardo: soprattutto la cappella di San Lorenzo esibisce un ciclo di affreschi (fine Cinquecento) del Pomarancio (Niccolò Circignani, 1520-1597; lo pseudonimo Pomarancio è condiviso in realtà da tre artisti: Niccolò Circignani, il figlio Antonio e un pittore sempre toscano, ma di origine bergamasca Cristoforo Roncalli), pur bellissimi, ma non previsti dalle raccomandazioni di essenzialità e austerità dell’architettura cistercense.

           

Bello il chiostro, in gran parte rimaneggiato da Pio IX (che fece una storica visita all’Abbazia nel 1863, ridandole vita e lustro). E dal chiostro sono emerse alcune delle tracce più “templari”: il nodo senza fine (foto) e il palindromo SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS (nella foto appare un po’ sbiadito, ma è così l’originale), collocato in una curiosa formula a cerchio (come il labirinto amato dai templari).

L’iscrizione in sé è diffusa dai tempi latini, si trova anche a Pompei sotto forma di quadrato magico; traduzioni possibili: “Arepo, il seminatore, tiene con maestria l’aratro”, oppure se “rotas” si rifacesse alle ruote celesti, potrebbe essere letto come “il Creatore delle terre tiene, cioè governa, le ruote celesti”.

     

Dove appare l’ombra dei templari, segue sempre l’alone del mistero. Vero o presunto.

Qui, oltre alle tracce certe dei templari (anche la croce templare nell’oculus del rosone, o altre evidenze nel chiostro) c’è anche la leggenda che vorrebbe incrinata l’architrave dell’ingresso della chiesa abbaziale (oggi in verità chi ne cercasse i segni, avrebbe dimenticato sette secoli di restauri) in occasione dell’uccisione (per rogo nel 1314) dell’ultimo gran maestro dell’ordine, il borgognone Jacques de Molay.

C’è anche chi ha voluto vedere nell’immagine misteriosa sotto l’arco del portale d’ingresso (a sinistra) l’ultimo sguardo di fra’ Jacques mentre ardeva sul rogo (si vede una sorta di fascine sotto il mezzo busto).