C’è un soffio di Oriente alla periferia di Roma: la comunità monastica di rito greco-bizantino di Santa Maria a Grottaferrata. Oggi, sabato 21 febbraio si insedia il nuovo esarca, nominato da papa Leone XIV, il benedettino Manuel Nin. Il luogo da più di un millennio è sede di un’abbazia – oggi ci sono ancora sei monaci – ma da prima è sede di venerazione della Madonna, in una cappellina edificata sui resti di un edificio romano del primo secolo dopo Cristo. Era già allora una “Crypta ferrata”, una cripta con inferriata (certamente non quella che oggi ancora la separa dalla chiesa abbaziale), che diede nome al luogo – Grottaferrata – e origine alla edificazione della chiesa e della comunità monastica.

Davanti a questa cripta (luogo di devozione mariana dal V-VI secolo) san Nilo da Rossano ebbe una visione: gli apparve Maria e gli indicò il luogo dove i seguaci del monaco avrebbero potuto vivere, edificando una chiesa per Lei e un’abbazia per loro. Era la fine dell’estate del 1004. Il 26 settembre Nilo morì, mentre i suoi monaci avevano appena iniziato la costruzione dell’opera richiesta dalla Vergine, sul terreno donato dal conte Gregorio I di Tuscolo. Cinquant’anni dopo si sarebbe consumato il grande Scisma d’Oriente (1054), ma la comunità di Grottaferrata restò fedele a Roma.
Nilo (910-1004) aveva consumato una vita da pellegrino instancabile e da religioso amatissimo, impossibilitato all’eremitaggio tanto desiderato, in funzione della sua fama. Nato a Rossano calabro, battezzato con il nome di Nicola, dopo essersi sposato giovanissimo e dopo aver avuto un figlio, decide di lasciare la famiglia e farsi monaco. Da allora assume il nome di Nilo, probabilmente in onore di S. Nilo Sinaita e mostrò un’ascesi molto esigente e decisa, facendo voto di non accettare mai cariche ecclesiastiche. In Calabria era forte il radicamento della chiesa di Costantinopoli. Fu monaco basiliano, rito bizantino. Poi nel suo viaggiare si trasferì presso Gaeta e verso il finire della vita giunse alle porte di quel borgo, Tuscolo, che sarebbe stato distrutto dalle truppe del Comune di Roma nel 1191.
La vita di san Nilo è raccontata in un libro attribuito al suo più fedele seguace, san Bartolomeo (980-1050), anche lui di Rossano e probabilmente, come Nilo, con una nobile parentela bizantina. Nel cenobio di Grottaferrata si deve a san Bartolomeo la costruzione della chiesa monastica dedicata alla Madre di Dio e alla stesura del Typikon (regola) monastico che guida le celebrazioni e la vita della comunità. Sul sito dell’abbazia di oggi la comunità spiega: “Noi monaci di questa antica Abbazia siamo cattolici di rito bizantino-greco e rappresentiamo la Congregazione d’Italia dei monaci basiliani, istituzione creata nella Chiesa Cattolica per riunire i monasteri di rito bizantino presenti nell’Italia meridionale”.

Al di sopra dell’iconostasi – il frammezzo che nel rito greco-bizantino separa il presbiterio dall’assemblea dei fedeli – nella chiesa abbaziale trionfa l’icona della “Theotokos” (la Madre di Dio), dipinta su tavola dorata, secondo il tipo iconografico detto Odigitria (Colei che indica la Via). E’ l’immagine che veneravano già san Nilo e san Bartolomeo. Probabilmente è una delle tante icone che i monaci greci dell’Italia meridionale riprodussero, imitando quelle che in oriente la furia degli iconoclasti (VIII – IX sec.) aveva distrutto. Nel 1140 Tolomeo II, conte di Tuscolo, depredò la Chiesa di preziosi oggetti e fra questi forse ci fu l’icona della Vergine. Fatto è che una tradizione ben fondata dice che questa icona fu venerata per molti anni in una chiesa di Tuscolo. Nel 1191 Tuscolo fu distrutta dai Romani e l’icona fu portata a Roma. Nel 1230 veniva riconsegnata da papa Gregorio IX ai monaci dell’Abbazia e solennemente intronizzata.

L’abbazia, chiusa nel “fortino” voluto da Giuliano della Rovere (futuro papa Giulio II), quando l’ebbe in commenda, e realizzato dal Sangallo, si compone oggi di uno scrigno di bellezze assolute, dal portico che conduce al Museo (ricco di preziosi reperti romani e di parti dell’antica chiesa abbaziale romanico-gotica) e l’adiacente biblioteca, del piazzale antistante la chiesa, con il bellissimo campanile romanico (XII secolo), il nartece e l’ingresso alla chiesa con il portale di legno risalente al periodo romanico.
![]()
L’interno, ricco di icone splendenti, è decorato secondo un gusto barocco, ma essenziale, con tracce di affreschi del XIII secolo sopra l’iconostasi. Irrinunciabile la visita alla “crypta ferrata” (luogo della visione mariana di san Nilo, inglobata nella chiesa, a costo di correggere il tradizionale orientamento a Levante dell’altare) e alla cappella Farnese, interamente affrescata dal Domenichino (1581-1641), dedicata ai due fondatori, Nilo e Bartolomeo.

Nell’affresco di sinistra il Domenichino avrebbe rappresentato diversi personaggi protagonisti della commissione affidatagli. San Nilo sarebbe l’abate Giuliano Boccarini, in carica durante gli anni di esecuzione dell’affresco. Il cardinale Odoardo Farnese sarebbe Ottone III. Alessandro Farnese, padre di Odoardo, sarebbe il vecchio alle spalle dell’imperatore. Il Domenichino avrebbe poi anche ritratto sé stesso insieme ad alcuni colleghi. Egli stesso sarebbe il palafreniere del cavallo a sinistra. Il soldato con la lancia avrebbe la fisionomia del Guercino. Guido Reni sarebbe invece l’uomo appoggiato al cavallo. Non manca anche l’amata di Domenichino, la donna in veste di paggio, accanto al cavallo che imbizzarrisce.

Da sinistra a destra l’abate Boccarini nei panni di San Nilo, il cardinal Farnese nei panni dell’imperatore Ottone III, il Guercino con la lancia, Domenichino palafreniere, Guido Reni appoggiato al cavallo e la bella di Frascati (Marietta?) di cui Domenichino si era invaghito.
