Un labirinto con al centro il Cristo è una rarità assoluta. Per ora un “unicum”. Ed è ad Alatri (paesotto della Ciociaria che ritroveremo nei miei viaggi per altri motivi). E’ nascosto in un intradosso di quello che fu il chiostro della chiesa di san Francesco, che oggi ospita il piccolo museo civico. Un affresco di un metro e mezzo circa di diametro, ventiquattro volute, dodici bianche, dodici nere.
Il più antico labirinto in una chiesa cristiana è quello sul pavimento della Basilica di San Vitale a Ravenna. Molto più tardi, in molte chiese si diffonde la decorazione pavimentale a forma di labirinto, sempre unicursale, cioè a senso unico, dove entrata e uscita coincidono (Chartres, Amiens, Reims, ma anche Siena, Pontremoli e Lucca). Ma al centro c’è quasi sempre il fiore della vita, la rosa a sei lobi, o qualche simbolo geometrico. Mai il Cristo. Nella chiesa di san Michele a Pavia, nel presbiterio c’è il resto di un labirinto a mosaico (foto), la cui interezza è recuperabile da un disegno cinquecentesco conservato nella Biblioteca Vaticana e riprodotto in loco per dare conto di quello che non c’è più: in questo caso è evidente il sincretismo tra labirinto mitologico e rilettura cristiana: un Teseo-Cristo elimina il Minotauro-Satana, restituendo il labirinto al suo semplice percorso (diventerà anche percorso di gioie, nei giardini di tante dimore nobiliari), sottraendolo al mistero e alla perdizione.
Nel labirinto più noto, quello ideato da Dedalo, al centro si nascondeva un mostro. Il Minotauro di Creta. Ne uscirono in due modi: Teseo usò il filo retto da un amico esterno (un’amica, Arianna, mollata poi in asso, cioè a Nasso per l’esattezza); Dedalo e il figlio Icaro dovettero volare con ali improbabili di piume e cera (che evidentemente tormentarono i pensieri di Leonardo, illudendolo di poter fare altrettanto senza poter contare sui pettorali di un uccello).
Il labirinto, come tanti simboli della mitologia greca, diventa metafora utilizzata nell’era cristiana. Il labirinto diventa allegoria della vita. “Non sono né vivo né sano, né morto né malato; allora soltanto comincerò a vivere e a star bene, quando troverò l’uscita di questo labirinto. A tal fine tutto son rivolto, a questo solo mi adopro” (Francesco Petrarca, Epistole familiari). Ma l’originalità dell’affresco di Alatri è la figura del Redentore, che esplicita la centralità della ricerca personale. La vita è rivolta a Cristo, si spiega e si svolge verso Cristo.
L’affresco di Alatri è stato scoperto di recente (1997) e per caso. Restaurato nel 2012, è stato protagonista anche del “Voyager” tv di Roberto Giacobbo, dove i misteri si creano anche dove non ci sono. Il mistero presunto del labirinto di Alatri – al di là della sua oggettiva unicità – starebbe nell’origine templare. Lo schema del labirinto riproduce la croce patente, simbolo dell’ordine (esattamente i Poveri Commilitoni di Cristo e del Tempio di Salomone, o di Gerusalemme, costituito nel 1119 sciolto nel 1312) tanto caro a san Bernardo, e tanto diffuso nel Medioevo.
Negli affreschi che accompagnano il labirinto – sui muri accanto sono emerse pitture di qualità, sempre risalenti al XIII-XIV secolo – si vedono motivi floreali e geometrici che potrebbero confermare la “scuola” templare. E comunque la metafora del labirinto come percorso della vita. C’è un dettaglio nell’affresco del labirinto di Alatri: la mano del Cristo si protende a incrociare un’altra mano, quella del pellegrino (il labirinto è metafora anche della strada del pellegrinaggio verso Gerusalemme, riecco la traccia dei templari?), o più semplicemente quella del viaggiatore nella vita.
“Ancora una volta voglio dunque compiere questo viaggio, e anche ora so che non riuscirò ad andarci direttamente, che viaggio per me non può mai significare altro che digressione, l’eterno labirinto che il Viaggiatore si costruisce lasciandosi sedurre ogni volta da una deviazione e dalla deviazione della deviazione, dal mistero del nome sconosciuto sulla guida, dal profilo del castello in lontananza cui non porta quasi nessuna strada, da quello che potrebbe esserci da vedere dietro la prossima collina o montagna” (Cees Nooteboom). In questo percorso che appare casuale, dietro a una svolta del labirinto, c’è una destinazione certa e salutare. La meta, il significato. Come scriveva Orson Welles: “Se noi cerchiamo qualcosa, il labirinto è il posto più adatto alla ricerca”.



