E c’è anche una traccia bramantesca che unisce la Basilica romana, culla dell’ordine agostiniano, e il grande tabernacolo alto 50 metri eretto alle porte di Todi.
E i miracoli. Miracolosa l’icona proveniente dalla cappella del Salvatore al Laterano; miracoloso l’affresco che diede l’idea stessa della costruzione del tempio mariano di Todi.
Nel 1508 (a maggio) un operaio, Iolo di Cecco, incaricato di abbattere il muro fatiscente, residuo del Monastero di Santa Margherita, scoprì l’immagine affrescata in cui si raffigura lo sposalizio mistico di Santa Caterina d’Alessandria con il piccolo Gesù ancora in braccio a Maria. La polvere caduta dal muro riempì uno straccio con cui il povero Iolo – che era cieco per metà – si strofinò accidentalmente l’occhio malato. Tornò a vedere.
Quella porzione di muro affrescata (oggi protetta nell’altare sotto la cupola rinascimentale, foto) diventò oggetto di culto e ragione della costruzione del Tempio mariano. D’altronde a Todi la devozione a Maria aveva dato una delle voci più alte e struggenti: Jacopo dei Benedetti, il beato fra’ Jacopone da Todi (1230-1306, sepolto nella Chiesa di San Fortunato, foto: la lapide riporta la data di morte falsificata, 1296, per “dimenticare” la scomunica inflittagli da Bonifacio VIII). Poeta da rileggere sempre: la laude “Donna de Paradiso” continua a commuovere ben oltre i banchi di scuola; lo “Stabat Mater” continua ad accompagnare le meditazioni del Venerdì Santo.
Dottore in legge, ricco notaro, marito innamorato, Jacopone diventa poi povero, frate di Francesco, vedovo inconsolabile, provocatore dei costumi fino alla follia, contestatore insistente di papa Bonifacio VIII (forse Dante si ispirò alle critiche roventi di Jacopone per collocare il pontefice nell’Inferno) che lo scomunicò e lo imprigionò.
Giovanni Papini lo sintetizza così, come “medio termine” tra San Francesco e Dante, “quasi predestinato congiungimento tra il santo di Assisi (che muore nel 1226, ndr) e il poeta di Firenze (che muore nel 1321, ndr)”: “Inferiore all’Assisiate per la santità, al Fiorentino per la poesia, ma grande abbastanza da poter intendere pienamente la sublimità di Francesco e da poter prestare a Dante qualcuna delle sue parole”.
Papini, come molti convertiti in età adulta, e come terziario francescano (oltre che come fiorentino estremista), esalta la radicalità di Jacopone, incapace di mezze misure: uomo di mondo per metà della sua vita, uomo di Dio, per l’altra metà.
Uomo e poeta del paradosso cristiano, portato “alle conseguenze legittime dell’assolutezza mistica. Fortemente persuaso, fortemente sentì, fortemente espresse in morte dell’uomo e in vita d’Iddio (…) atroce e crudo quando vuol ispirare il ribrezzo; acerbo e risentito nell’invettiva; sottile e profondo quando vuol verseggiare i misteri della teologia; familiare e soavissimo quando rappresenta la Vergine nella gioia e nel dolore”.