La prima cosa è il silenzio.

Non arriva subito. Il muro di cinta del complesso abbaziale è sulla strada provinciale che da Frosinone va verso Isola del Liri, all’altezza di Veroli. Non c’è un traffico infernale, ma è una strada di transito intenso. Le indicazioni stradali sono meno che essenziali. Quasi inesistenti (se non sulla superstrada per Sora). Ma quando chiedi dell’Abbazia, tutti ti dicono: “La vedrai di fronte”. Vero. Ti arriva in faccia, se vieni da Frosinone. Muri in pietra grezza, un ingresso, come in un castello. Un vasto parcheggio, a fianco. Entrando nel primo grande cortile, guardando a sinistra si vede la chiesa, sulla destra la farmacia e l’ingresso al chiostro.

L’esterno della chiesa abbaziale (foto) è modesto, scarno, come da regola dei cistercensi. Quella che vediamo dicono essere, pressoché intatta, la chiesa del complesso monastico che sostituì la più antica, benedettina. Casamari è sulla via di San Benedetto, da Subiaco a Cassino. Ogni tappa riporta al patrono d’Europa: “Il Monastero si costruisca, possibilmente, in modo da potersi trovare tutto il necessario, cioè l’acqua, il mulino, l’orto e gli ambienti per le varie attività, così che i monaci non debbano girovagare fuori, cosa che non recherebbe alcun vantaggio alle loro anime”. Dal capitolo LXVI della Regola di San Benedetto.

Ma Casamari di oggi non è più benedettina, è cistercense in tutto (consacrata nel 1217). Progettata e costruita da monaci provenienti da Clairvaux, la creatura di san Bernardo. E lo si capisce meglio entrando nella chiesa. Qui esplode il silenzio.
Un gotico essenziale, senza colori. Una preghiera fatta di pietre e ogive. Bernardo, il vero animatore dei cistercensi (e dei Templari), stigmatizzava “l’ampiezza eccessiva delle chiese (…), le dispendiose decorazioni e le immagini da romanzo”, comuni nelle abbazie cluniacensi.

Si entra in chiesa e si piomba nel silenzio totale. Inaudito. Pochi metri bastano per uscire dal mondo, e per affacciarsi sulla soglia della Città di Dio. Al monaco del negozio – dove si vendono prodotti di Casamari e di un circuito di altri monasteri e abbazie – chiedo in quanti vivono nel monastero: “Siamo una ventina”. Risponde a monosillabi. Rilancio: “Ci sono guide, libri che raccontino la storia dell’Abbazia”. “Li trova all’ingresso del chiostro”. Dice il vero, ma sono volumi da studiosi, provo a contestargli la mancanza di libelli più semplici, magari non in latino, come invece sono molti dei documenti contenuti nei volumi in vendita. Mi zittisce: “Uno deve leggere le cose giuste, anche in latino, poi si fa le sue idee. Si è sempre fatto così”. Per non ribattere, gli propongo un tema laterale, ma che risulta suggestivo per il protagonista: “Qualcosa su Federico di Svevia e Casamari?”. Sarà stato un lapsus innocente – o forse il riflesso di una devozione inconfessata e secolare al nipote del Barbarossa, nonostante i sospetti per una eccessiva attenzione per l’Islam – ma il monaco replica: “Qualcosa su San Federic… sull’imperatore Federico e l’abbazia c’è in quei libri”.

Lo “Stupor Mundi” (1194-1250) – la definizione che ne tratteggia una visione planetaria è stata coniata da un monaco benedettino inglese Matteo Paris, nessun altro la usò ai suoi tempi, ma è piaciuta molto nel tempo – frequentò più volte l’abbazia; nonostante le due scomuniche volle essere affiliato ai cistercensi, mori con la tonaca indosso. E nel chiostro la devozione si mostra reciproca, oltre il lapsus del monaco del negozio di oggi. Uniche figure umane nei capitelli del lato sud ecco quelle dell’imperatore Federico (foto), da solo, e nella bifora accanto due volti (foto) facilmente attribuibili a Pier delle Vigne e all’abate Giovanni, priore di Casamari e consigliere insostituibile dell’imperatore: Giovanni, a differenza del protonotaro immortalato da Dante tra i suicidi, non cadde in disgrazia.

Ma il XIII canto dell’Inferno rende “eterno” il dramma del tradito che per superbia/”disdegno” si sottrae alla vita: “L’animo mio, per disdegnoso gusto,/credendo col morir fuggir disdegno,/ingiusto fece me contra me giusto”.

Tentazione forse di Dante, poiché, ciò che fu Federico II per Pier delle Vigne, fu Firenze per Dante.