Per chi non frequenta la Ciociaria credo che Boville Ernica possa fare la stessa impressione di Carneade per don Abbondio: chi era costui? Con rispetto per Carneade e per gli abitanti di Boville.
L’aggettivo, Ernica, ci dice che il borgo sorge alle pendici dei Monti Ernici, quella piccola catena – poco più che collinare – che divide Lazio e Abruzzo. Boville? Anticamente chiamata Bauco, potrebbe derivare da un dio Bove, o dalla pianta del sambuco, o dalla quantità di grotte, buche che caratterizzano il luogo. In una di queste grotte si rifugiò nel X secolo un penitente eremita, Pietro Ispano (proveniente dalla Spagna, ovviamente), solo omonimo di quel Pietro Ispano che Dante pone, unico papa (Giovanni XXI, 1210-1277), nel Paradiso.
Al san Pietro Ispano, patrono di Boville Ernica, è dedicata la chiesa principale, assai piccola, intendiamoci, spoglia nell’aspetto esteriore (e non solo), ma vero piccolo scrigno di suggestioni di fede e di arte. A partire dalla cripta, dove si conservano le reliquie dell’eremita.
Ma lo scrigno contiene due perle preziose.
La prima è l’”Angelo di Giotto” (foto), l’unico resto del grande mosaico che il Maestro eseguì nel 1298 per la Basilica di san Pietro “costantiniana”, quella che venne demolita da papa Paolo V Borghese, per edificare quella che oggi possiamo ammirare in Vaticano. Dell’opera di Giotto restano solo il disegno della cosiddetta Navicella, riprodotta nell’attuale Basilica petrina, e questo frammento, l’unica opera musiva di Giotto.
Un “unicum” che raggiunse Boville Ernica grazie a monsignor Simoncelli, “bovillese” e segretario di papa Paolo V. Il Simoncelli staccò dalla basilica costantiniana un’altra piccola chicca: la croce di porfido (foto) che i pellegrini baciavano all’ingresso della porta santa, nel primo Giubileo del 1300.
La seconda perla – la croce in porfido la consideriamo alla stregua di una curiosità – è invece il grande sarcofago che campeggia nella piccola navata di destra della chiesa. Un’opera datata 350 dopo Cristo, che sul fregio rappresenta, accanto all’episodio del Vecchio Testamento dei tre giovani indenni nella fornace di Nabuccodonosor, il “primo presepe della storia”.
Intendiamoci, quando si parla di “primato” è sempre difficile esserne sicuri. Ma certamente l’opera (persino poco valorizzata nella piccola chiesa di Boville) ci dice molte cose: la prima è quanto la fede cristiana fosse già diffusa e capillare pochi decenni dopo l’editto di Costantino.
Un’opera sepolcrale era già pronta a esibire l’episodio della Natività, per la prima volta. A contendere il “primato” è un sarcofago conservato a Siracusa che riproduce la scena con molte somiglianze: di certo a Boville (e a Siracusa) per la prima volta il Cristo è rappresentato in fasce in una mangiatoia, con bue e asinello. La presenza dei Magi è l’elemento invece non primigenio. In molte pitture murali (come nella catacomba di Priscilla) e in altri bassorilievi (come quelli conservati nei Musei Vaticani) più che la Natività viene raffigurata l’Epifania: i Magi visitano un Gesù Bambino già sulle ginocchia della Madre, senza culla, senza fasce, senza animali.
La fattura è raffinata, ed estremamente ben conservata (meglio di quella siracusana). Una stella a sei punte campeggia sulla scena, ed ecco anche la cometa. Un presepe bell’e pronto, con qualche mistero: oltre a Maria è presente una figura (tra il Bambino e la Madre) che certamente non è san Giuseppe (che entra nell’iconografia molto più tardi). Forse Balaam (che compare nelle prime raffigurazioni di Maria e con il piccolo Gesù) come nell’affresco della catacomba di Priscilla? Forse un pastore? Sia come sia è da vedere e da ammirare. Anche perché non c’è mai nessuno a sgomitare.

