Iniziamo col dire che chi fece “per viltade il gran rifiuto” non può essere stato Celestino V. In molti siamo vittime di una vulgata dantesca che non ha nulla di sensato. Giovanni Pascoli, non solo poeta del fanciullino, ma dantista di vaglia, fu tra i primi a identificare l’innominato del terzo canto dell’Inferno con Ponzio Pilato.

La premessa mi serve per sgombrare il campo per quello che può essere a tutti gli effetti un pellegrinaggio in quella che per dieci mesi fu la prigione di papa Celestino (1212-1296), dopo la sua abdicazione. Fino alla sua morte. Un pellegrinaggio che non deve essere inquinato da banalità e fraintendimenti. Accostarsi al carcere dove si compì l’ultimo sacrificio di un papa santo richiede devozione o almeno rispetto. Il luogo, il castello di Fumone, di per sé incute anche timore.

Per san Paolo VI si trattava di un vero “piccolo santuario”. Papa Montini aveva una venerazione per il monaco eremita diventato papa per sei mesi (luglio-dicembre del 1294). Quando ci venne da pontefice (il primo settembre 1966) – prima visita di un papa in una dimora privata: il castello di Fumone dal 1588 è proprietà della famiglia dei Marchesi Longhi, i cui eredi ancora vi risiedono – non fu per caso.

Fu per “celebrare” l’istituto delle dimissioni, che in Celestino V avevano avuto un antesignano (non l’unico, ma il più famoso papa dimissionario, almeno fino a Benedetto XVI): nella lettera apostolica “Ecclesiae sanctae” Paolo VI invitava tutti i vescovi che avessero compiuto 75 anni di età a presentare spontaneamente le dimissioni dalla loro carica.

Nella cella in cui Pietro da Morrone – Celestino V venne carcerato e dove morì il 19 maggio 1296, resta la croce lasciata da Paolo VI. Un’altra croce, luminosa, fu vista aleggiare, da decine di testimoni, nei giorni di maggio precedenti al giorno della morte di Celestino, e si spense solo il giorno 19.

L’ultimo miracolo attribuito a un monaco in odore di santità in vita: durante il suo eremitaggio (tra il monte Morrone sopra Sulmona e la Maiella) gli furono attribuite un’ottantina di guarigioni miracolose.

Bonifacio VIII che gli successe temeva che, benché dimissionario, la sua fama di santità potesse finire per oscurare il suo pontificato, fino a provocare uno scisma. Non accettò né il ritorno dell’ex papa sul monte Morrone, né il suo allontanamento in Grecia. Lo volle chiuso nella rocca papalina di Fumone. Nella stessa rocca dove papa Callisto II volle rinchiudere (nel 1121) più di un secolo prima l’antipapa Gregorio VIII (Maurice Bourdin): forse murato vivo nel castello.

Le spoglie dell’ultraottantenne san Pietro-Celestino (canonizzato già nel 1313, solo 15 anni dopo la sua morte) che ora riposano nella “sua” Basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila), furono oggetto di un furto misterioso nell’aprile 1988.

Ma torniamo a Fumone. Il castello ha una storia millenaria – da sempre rocca di guardia sulla via Latina, tra Roma e Napoli: un torrione naturale da cui partivano i segnali di fumo (si chiama Fumone per questo) per annunciare pericoli e movimenti di truppe – in gran parte oscurata dai dieci mesi trascorsi qui da Celestino V.

Ma ci sono molti motivi di interesse, oltre al “piccolo santuario” celestiniano. Ci sono i più grandi giardini pensili d’Europa (3500 metri quadri). C’è una vista a 360 gradi su tutto il Lazio. Imparagonabile. Ci sono storie agghiaccianti,

come la morte del marchesino Francesco Longhi (avvelenato dalle sorelle).

Ci sono fantasmi che circolano nel maniero, rigorosamente dopo mezzanotte.