Gli americani sostengono che sono tre le qualità richieste per il successo di un grande albergo. La prima: la location. La seconda: la location. La terza: la location. Steve Bannon aveva visto bene, puntando alla Certosa di Trisulti. Una “location” da favola; isolata nei boschi di lecci, faggi, querce, abeti bianchi della riserva demaniale di Selva d’Ecio, sui monti Ernici, ma vicina a Roma, che dista poco più di un’ora di auto.
La fondazione “Dignitatis Humanae Institute” – che faceva riferimento all’ex spin doctor del Trump “prima versione” – il 14 febbraio 2018 (Governo Gentiloni) acquisì la concessione ministeriale degli immobili della Certosa (ormai di proprietà del ministero della Cultura). Poche settimane prima i monaci cistercensi di Casamari avevano rinunciato a rianimare l’antico monastero, ormai abbandonato dai Certosini dal 1947.
Bannon avrebbe voluto creare la “scuola internazionale del sovranismo”. Ma non è da escludere che gli fosse passato per la testa di ottimizzare tutto con la creazione di un grande albergo di lusso. Tutto andò in fumo – per Bannon – tra il 2019 e il 2020, con la revoca della concessione ministeriale. E la Certosa divenne quello che è oggi, un polo museale, affidato alla gestione della Regione Lazio.
Non più un monastero, non ancora un albergo. Un museo. Una memoria della religiosità promossa nel MedioEvo dagli ordini monastici riformati, cristallizzata nella curiosità contemporanea, per lo più privata di senso e di prospettiva. Mura, alcune belle mura per lo più nell’ultima versione barocca (la chiesa dedicata a San Bartolomeo; il refettorio; il chiostro maggiore; la farmacia decorata con motivi pompeiani e qualche trompe-l’oeil) e una storia lunga ottocento anni, ormai sbiadita nelle ragioni del suo inizio.
L’ala più antica del complesso risale al XIII secolo (il complesso abbaziale venne iniziato nel 1204), e dovrebbe coincidere con la villa che papa Innocenzo III (al secolo Lotario conte di Segni, 1161-1216) aveva in zona e che gli consentì di conoscere l’eremitaggio della Madonna delle Cese (di cui ho parlato nel penultimo post, la scorsa settimana). La sua villa fu la donazione ai certosini di san Bruno, chiamati a santificare il luogo di un’apparizione mariana risalente al VI secolo.
Poco distante, nel 996, era sorta un’abbazia benedettina, fondata da san Domenico di Sora (se ne vedono ancora i ruderi, qualche centinaio di metri fuori dalla Certosa, lungo la tortuosa strada nel bosco che porta da Collepardo a Veroli), ma il fuoco riformatore – dai cistercensi ai certosini, fino ai francescani – stava consumando molta dell’eredità benedettina, considerata ormai troppo “mondana”.
La Certosa è oggi una meta turistica inevitabile (bellissimi i due cori lignei nella chiesa di San Bartolomeo, realizzati tra la metà del ‘500 e la metà del ‘600, nelle due aree della chiesa, separate dall’iconostasi, riservate ai “conversi” e ai “padri”; da non perdere la farmacia), con un profumo di spiritualità molto attenuato.
Il mondo continua a girare, anche dove la Croce è stata posta per restare salda: “Stat Crux dum volvitur orbis” (la Croce resta salda mentre il mondo gira) è il motto dei certosini di san Bruno (1030-1101); il fondatore “entrò nel massiccio della Chartreuse (la Certosa, sorge nelle Prealpi francesi, tra la Savoia e l’Isere, ndr) nel 1084 con sei compagni – come si legge nel sito ufficiale dell’ordine – per far rivivere in Occidente lo spirito dei Padri del deserto.
Fondò un altro monastero in Calabria, dove morì nel 1101”. In una lettera a Rodolfo il Verde, San Bruno (che non ha lasciato una Regola definita) scrive:“Ciò che la solitudine ed il silenzio del deserto recano di utile e di divino a coloro che li amano, lo sanno solo coloro che ne hanno fatto l’esperienza. […]
Qui ci si applica ad acquisire quell’occhio, il cui limpido sguardo ferisce d’amore lo sposo divino, e la cui purezza fa vedere Dio.”

