Miracolo è il nome del mistero quando diventa un conforto.
In entrambi i casi si tratta di realtà incontrate nell’orizzonte della nostra sfera biochimica, inspiegabili (e non spiegate) alla luce della ragione e delle conoscenze scientifiche.
Ci sono miracoli accompagnati da documentazioni (come le 72 guarigioni registrate fino a oggi a Lourdes) altri che si tramandano per testimonianza (come avviene per ogni cosa della vita: viviamo quotidianamente di testimonianze altrui, più o meno degne di “fede”).
I miracoli eucaristici sono misteriose fonti di sostegno di fronte al mistero dell’Eucaristia.
Non tutti producono opere d’arte strabilianti – come il Duomo di Orvieto, eretto per celebrare il miracolo eucaristico di Bolsena – in molti casi si tratta di discrete presenze, rimaste nelle pieghe della storia: in Italia ci sono una ventina di miracoli eucaristici degni di “fede” per la Chiesa cattolica (Bolsena, Lanciano, Siena, ma anche Cascia, dove testimone fu un frate agostiniano, per citare i più famosi). Uno si è manifestato ad Alatri (provincia di Frosinone), lo si celebra nella concattedrale di San Paolo, la chiesona che sta nell’acropoli (più famosa questa, con le sue mura megalitiche, di quella che conserva la reliquia del miracolo).
I fatti risalgono al 1228, una trentina d’anni prima del miracolo di Bolsena (1263). E sono rappresentati da una serie di affreschi recenti (fine Novecento), realizzati nelle pareti laterali della chiesa.
La fonte dell’evento è ufficiale: la bolla “Fraternitatis Tuae” inviata da papa Gregorio IX al vescovo di Alatri (che lo interrogava per sapere come comportarsi), datata 13 marzo 1228.
Una giovane donna, istigata da una “donna malvagia” (come scrive il pontefice) – c’è chi poi ha voluto spiegare la richiesta di profanazione per realizzare un filtro d’amore – dopo aver ricevuto l’ostia consacrata, la sputa di nascosto in un panno e la ripone in una madia insieme al pane, per consegnarla alla sua istigatrice.
Tre giorni dopo, quando va a prendere l’ostia trova il telo insanguinato e invece della particola ecco un brandello di carne. Ne rimane – ovviamente sconvolta – e va a confessare il sacrilegio.
Il pezzo di carne – “l’ostia incarnata”, come viene denominato il miracolo di Alatri – è conservato nella chiesa di San Paolo dove c’è una cappella dedicata, in cui è esposta la reliquia, o meglio, quel che ne rimane: una porzione di quella carne comparsa nel telo del sacrilegio venne offerta, dal vescovo di Alatri Giuseppe Guerra al proprio concittadino e futuro cardinale Camillo Cybo (1681-1743) che, a sua volta, ne fece atto di donazione al Monastero e chiesa di S. Maria degli Angeli alle Terme di Diocleziano a Roma.
Secondo San Tommaso “si dice che un fatto è un miracolo se è al di là dell’ordine di tutta la natura creata”. Cioè inspiegabile, non dimostrabile. Vittorio Messori al tema del miracolo ha dedicato molte pagine, non solo nella sua ricognizione sugli eventi di Lourdes, ma anche nel libro dedicato al “milagro de los milagros”, avvenuto nel 1640 a Calanda (Bassa Aragona, Spagna), definito il “più sconvolgente prodigio mariano”.
Jacalyn Duffin (nata nel 1950), storica della medicina, presidente emerito dell’American Association for the History of Medicine e della Canadian Society for the History of Medicine e soprattutto atea, di fronte a una guarigione inspiegabile (che consentì la beatificazione di Santa Marie Marguerite d’Youville, 1701-1771) ebbe a dire: “Anche se sono ancora atea, credo ai miracoli. Eventi straordinari che accadono e per i quali non vi sono spiegazioni scientifiche”.

