Tra l’Anno Santo che sta per concludersi e le celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco che stanno per cominciare, per il 2025 c’è una ricorrenza secolare che è stata un po’ trascurata: gli ottocento anni dalla nascita di San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Una visita all’abbazia di Fossanova (e al vicino borgo di Priverno) aiutano a colmare la lacuna.

La suggestiva abbazia cistercense incanta ogni volta: un precedente insediamento benedettino fu “rilevato” dai riformatori d’oltralpe già nella prima metà del XII secolo, bonificando il terreno paludoso con la creazione di un “nuovo fosso” (Fossanova). La chiesa (nella foto) che vediamo oggi fu iniziata nel 1163 (forse la prima chiesa gotico cistercense in Italia: navate purissime, più tardo il chiostro, il rosone con qualche eco benedettina, l’intera struttura abbaziale trasformata in borgo alla fine del Settecento, quando fu affidata ai monaci di Casamari) e consacrata da papa Innocenzo III nel 1208. I primi priori furono stretti collaboratori di San Bernardo (1090-1153), che non visitò mai questa abbazia, ma il cui spirito aleggiava ancora con reverenza nel 1274, quando i monaci cistercensi accolsero, a fine febbraio, il domenicano più famoso di sempre: San Tommaso.

Il “doctor angelicus” – o se preferite il “bue muto” – era stato chiamato a Lione, per il Concilio convocato da papa Gregorio X, per cercare di sanare lo scisma d’Oriente (consumatosi due secoli prima, ma ancora ferita dolorosa per la Chiesa cattolica). Da qualche tempo Tommaso viveva a Napoli. E l’anno prima, il 29 settembre 1273, nel Castello di Sanseverino (Salerno) dove abitava la sorella Teodora, ebbe una esperienza mistica, dopo la quale decise di non scrivere più nulla: “Rispetto a quello che ho visto, tutto ciò che ho scritto non è altro che pula”.

Nel corso del viaggio, da Napoli verso Lione, si ammalò. Ebbe anche un incidente: batté la testa contro un ramo. Malato e infortunato San Tommaso comprese che era giunto alla fine dei suoi giorni e – dopo una sosta al Castello di Maenza – si ricoverò a Fossanova (la stanza dove rimase allettato pochi giorni è diventata una cappella, foto).

La sua fama era universale: le sue opere dottrinali (ma anche la poesia del “Pange Lingua”) già considerate insostituibili.

Appena ricoverato “chiese che gli venisse letto tutto il Cantico dei cantici, dal principio alla fine – come ricorda Chesterton in una sua famosa biografia dell’Aquinate – vale la pena farlo notare, per coloro che ritengono che lui pensasse troppo poco al lato sentimentale delle verità della religione”. I frati cistercensi che lo accolsero gli chiesero una briciola del suo sapere – non sapendo che da qualche mese aveva rinunciato a scrivere – chiedendo un commento alla lettura, “secondo lo spirito di San Bernardo”.

Alla richiesta lui rispose un po’ ruvidamente: “Datemi lo spirito di San Bernardo e vi proporrò un commento secondo il suo spirito”.

Poi prevalsero la sua cordialità – non era mai stato scostante, “solo taciturno e in fondo timido”, cito sempre Chesterton – e l’insistenza dei monaci: e iniziò a commentare la scrittura. Giunto al sesto capitolo – “Dov’è andato il tuo diletto? (…) Il mio diletto era sceso nel suo giardino…” – secondo la testimonianza raccolta dai frati, Tommaso rivolse gli occhi al cielo, sussurrò “vieni entriamo nel giardino”. E morì. Era il 7 marzo 1274.

Il suo corpo fu sepolto nell’abbazia, ma dopo un centinaio d’anni (e qualche trafugamento per l’importanza delle reliquie) fu traslato a Tolosa, dove riposa attualmente. Tranne il suo cranio (foto), conservato nel Duomo di Priverno, dove è esposto insieme ad alcune reliquie di Santa Caterina da Siena.

Nel 2008 ci fu un tentativo di furto, ma i vetri blindati delle reliquie resistettero.