Con Avignone e Viterbo – oltre a Roma, ovviamente – Anagni si vanta di essere la città dei papi.

Quattro furono direttamente o indirettamente “figli suoi”: Innocenzo III (della vicinissima Segni), Gregorio IX (anagnino doc), Alessandro IV (della vicina Jenne) e Bonifacio VIII (che ad Anagni nacque e, di fatto, concluse il suo papato).

Nel palazzo dove Bonifacio VIII venne oltraggiato (7 settembre 1303, schiaffo o meno che ci sia stato, da parte di Sciarra Colonna, il papa venne assediato, umiliato, rinchiuso dai mercenari filo-francesi), il pontefice tra i più odiati della storia forse si sentì un po’ Tommaso Becket (1118-1170).

L’ispirazione era lì, a due passi dal palazzo, in uno dei livelli della cripta della Cattedrale di Maria Assunta: più o meno un secolo prima dell’affronto (“Veggio in Alagna intrar lo fiordaliso/e nel Vicario suo Cristo esser catto” Dante nel Purgatorio) un antico mitreo, accanto alla cripta voluta per venerare San Magno (lo racconto domani), era stato affrescato e dedicato alla preghiera per San Tommaso Becket (nella foto è il primo a destra, cerchiato, accanto al Cristo: ha già il nimbo, quindi l’affresco è successivo alla sua canonizzazione.

Accanto un reliquiario di San Tommaso Becket conservato nel Museo della Cattedrale di Anagni).
Ma che cosa c’entra Tommaso Becket con Anagni? C’entra. Papa Alessandro III che aveva incontrato l’arcivescovo di Canterbury, durante il suo esilio in Francia, aveva canonizzato il martire inglese il 21 febbraio 1172 (poco più di un anno dopo il suo assassinio nella cattedrale di Canterbury avvenuto il 29 dicembre 1170) nella chiesa di Santa Lucia, a Segni (30 chilometri scarsi da Anagni), facendone un “campione” del primato del potere spirituale della Chiesa, contro quello temporale dei re (Enrico II d’Inghilterra amico prima e poi mandante dell’assassinio di Becket) e degli imperatori (fu proprio papa Alessandro III a scomunicare Federico Barbarossa nella Cattedrale di Anagni).

“Io so che l’uomo al servizio di Dio è più esposto a occasioni di peccato e di dolore dell’uomo che si pone al servizio del Re. Chi ha dedicato tutto il suo impegno a una causa più grande può servirsene a scopi personali anche se agisce in modo giusto”: Thomas Stearns Eliot mette in bocca a Becket questa frase (tra le tante del suo capolavoro, Assassinio nella Cattedrale, 1935). Con meno sfumature Bonifacio VIII (1230-1303) poteva sentirsi di condividere il destino di Becket, avendo a suo modo risolto il dilemma: “Io sono il Pontefice, io sono l’Imperatore” disse all’apertura dell’anno santo del 1300.

Il dileggio cui è stato sottoposto Bonifacio nella storia – da Jacopone a Dante, per finire al più volgare e gratuito sberleffo di Dario Fo, nel suo “Mistero Buffo” – ebbe in qualche modo a che fare con una certa sensibilità per gli averi e per il potere di Benedetto Caetani (Bonifacio VIII al secolo) e della sua famiglia, ma anche per la ventura di arrivare al soglio dopo il brevissimo pontificato di Celestino V e dopo le sue dimissioni (certamente organizzate, quanto meno in punta di diritto canonico, dal cardinal Caetani).

Succedere a chi era percepito già santo in vita, non era facile. Ed era difficile porsi come pilastro del potere della Chiesa durante i conflitti con il potere temporale e alla vigilia del suo piegarsi all’autorità civile del re di Francia (alla morte di Bonifacio VIII inizia la cattività avignonese).

Quando san Paolo VI andò in pellegrinaggio al castello di Fumone (primo settembre 1966) per rendere omaggio alla memoria di san Celestino V, sul luogo della sua prigionia e della sua morte) volle celebrare nella figura di Pietro da Morrone il “coraggio della rinuncia”, ma allo stesso tempo indicò il “coraggio dell’autorità” di Bonifacio VIII, “che fu tanto diverso dal suo predecessore, ma formidabile nella sua azione per la Chiesa” al punto da scongiurare il rischio di uno scisma. “Dio non ci ha lasciato camminare come pecore senza guida, ma ha incaricato qualcuno di organizzare il suo Corpo Mistico. Perciò – esortava Paolo VI, continuando il riferimento all’autorità del pontefice ribadita da Bonifacio VIII nella drammatica controversia con i potenti – alla gerarchia dobbiamo obbedienza, ma obbedienza capita, professata, meditata, non come schiavi o vinti, ma come figli che la reclamano, la amano, la servono”.

Circa un mese dopo l’oltraggio subito ad Anagni, Bonifacio VIII, rientrato a Roma a fine settembre, morì l’11 ottobre 1303.