“Senza l’inglese l’umanità può ancora vivere (…) può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe vivere”.

Mi aggrappo a Dostoevskij per comunicare l’ebbrezza di una immersione nella bellezza, quella che si prova a scendere nella cripta di San Magno, sotto la Cattedrale di Anagni. Per fortuna c’è ancora molta bellezza, ma lo stordimento è un’esperienza che non è facile provare se non si è completamente inglobati “dentro” la bellezza.

Nelle mie poche esperienze artistiche qualcosa del genere mi è successo nella chiesa di San Maurizio a Milano, o nella Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina. Ma la cripta di San Magno ad Alatri ha il “vantaggio” di essere soffocante, di non concedere vie di fuga all’occhio.

Oggi le mostre si dotano di sale immersive, di realtà aumentata, nulla a che vedere con questa che è immersiva e aumentata “al naturale”. Sotto i piedi un pavimento cosmatesco abbagliante e policromo; tutto il resto, tutto attorno, pittura a fresco senza soluzione di continuità (la foto in apertura così “immersiva” mi è stata fornita da un’amica, che di arte se ne intende davvero, e che ha collaborato con l’architetto che ideò l’illuminazione nel corso dei restauri di fine anni Novanta del secolo scorso).

Lascio agli esperti decidere se e quando Giotto avrebbe potuto vedere questi affreschi – datati tra la fine del XII secolo e gli inizi del XIII, quindi più o meno un secolo prima delle sue opere di Assisi – nei suoi viaggi romani. Di certo è documentata una produzione giottesca a Roma durante il pontificato di Bonifacio VIII, in vista del Giubileo del 1300, per abbellire la Basilica costantiniana di San Pietro, successivamente completamente distrutta per fare posto all’attuale. Possibile che il Caetani non gli abbia suggerito di vedere la cripta della Cattedrale della sua città di origine?

La cripta di San Magno – patrono di Anagni, ma originario di Trani, dove fu vescovo, prima di lasciare la città pugliese e raggiungere Anagni, in occasione di un pellegrinaggio a Roma: fu martirizzato a Ceccano nel 251 – fu costruita, dal vescovo Pietro da Salerno, contemporaneamente alla Cattedrale tra il 1072 e il 1104. Essa doveva fungere da scrigno per la conservazione di tutto quello che una cattedrale ha di più sacro: le reliquie dei santi. Quelle di San Magno, soprattutto, e quelle di Santa Secondina (convertita e battezzata da San Magno, ad Anagni) dove il suo culto era già confessato da due principesse armene Aurelia e Noemisia (ritratte nella cripta), vissute nel IX secolo.

La leggenda narra che il vescovo Pietro di Salerno fu inviato a Costantinopoli come rappresentante pontificio. La notte precedente l’incontro con l’imperatore, la Vergine Maria gli apparve in sogno, preannunciandogli che egli avrebbe guarito l’imperatore bizantino Michele VII Ducas da un’improvvisa malattia per intercessione di San Magno. E così accadde. L’imperatore, per ricambiare il miracolo ricevuto, decise di finanziare la costruzione della Cattedrale di Anagni. Il fatto deve essere accaduto prima del 1078, perché in quell’anno Michele VII Ducas abdicò e si ritirò a vita monastica (divenne metropolita di Efeso).

La cripta di San Magno ha tre navate, che sono trasversali rispetto a quelle della chiesa superiore, e tre absidi. Le dodici colonne individuano ventuno volte che, con le rispettive pareti, sono decorate da un ciclo pittorico abbacinante, che racconta la storia dell’uomo, la sua creazione, la storia della Salvezza, la storia e i miracoli di San Magno, fino all’Apocalisse finale. Una sintesi dove è trasferita tutta la sapienza filosofica, cosmologica, persino medica del tempo.

Gli affreschi sono attribuiti a tre botteghe di artisti anonimi conosciuti come Primo Maestro di Anagni o Maestro delle Traslazioni, Secondo Maestro di Anagni o Maestro Ornatista e Terzo Maestro di Anagni. E’ stata etichettata come la “Cappella Sistina del Medioevo” (definizione attribuita al cardinale Ravasi).

Di certo è che all’ideazione dell’opera, complessa e artificiata, oltre che densissima di rimandi culturali, abbiano dovuto collaborare non pochi “sapienti” del tempo, capaci di articolare le fonti bibliche con la cultura “laica”, con citazioni esplicite di Platone e riferimenti alla medicina di Ippocrate e Galeno, del tutto inusuali nella decorazione artistica di un luogo sacro.