Non è l’unico santuario dedicato alla Santissima Trinità (dalla Montagna spaccata di Gaeta a Villa Guardia), ma probabilmente l’unico in Occidente con una sorta di icona (in affresco) rappresentante la Trinità. I primi documenti che attestano un luogo di culto alla Trinità sotto il monte Autore (spartiacque tra Lazio e Abruzzo) risalgono all’ XI e XII secolo. L’immagine che campeggia nella cappella scavata nella roccia non è nella tradizione latina della Trinità, ma piuttosto di quella delle chiese di Oriente: tre persone, tutte uguali e benedicenti (alla greca, con pollice e anulare congiunti) per dare conto di un unico Dio.
Il luogo non è facile da raggiungere, ma è di una bellezza primitiva. Strada di montagna, una decina di chilometri dopo l’ultimo paese del Lazio, Vallepietra, un paio di chilometri prima dell’inizio della provincia dell’Aquila, in Abruzzo. A sostenere l’origine orientale dell’insediamento monastico originale c’è qualche toponimo: il primo paese che si incontra in Abruzzo, lungo la strada dopo il Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, si chiama Cappadocia. C’è chi ha immaginato che il primo insediamento monastico fosse della Congregazione di San Basilio. Altri lo fanno risalire a un monastero fondato dal benedettino San Domenico di Sora (o di Cocullo, o di Collepardo, o di Foligno: incerta è l’origine, più certa la sua presenza di pellegrino e predicatore nel territorio dell’Italia centrale, tra Ciociaria e Umbria, 951-1031). D’altronde la via di San Benedetto passa poco lontana da qui, per collegare Subiaco a Montecassino.
Ancora: più facile è che in queste montagne isolate si fossero insediati monaci ed eremiti orientali, fin dal IV secolo. Come che siano le origini, c’è che la devozione è sorprendente. Migliaia di croci, che ricordano pellegrinaggi lontani e recenti nel tempo, accompagnano l’ultimo tratto di strada – che si percorre a piedi – verso il Santuario.
E c’è chi si incammina ancora scalzo (foto), con una devozione che riesce a oscurare il vociare delle botteghe di souvenir e di cibi che potrebbero inquinare il percorso spirituale. Ma i luoghi di pellegrinaggio sono spesso così, profonda spiritualità e banale carnalità, insieme.
San Giovanni Paolo II piombò qui a sorpresa durante l’Anno Santo del 2000, in ottobre.
Dal 2020 è dedicata a lui la chiesa sotterranea edificata per consentire le celebrazioni al chiuso, quando il piazzale della chiesa all’aperto, che dà sulla valle del Simbrivio (affluente dell’Aniene), è inagibile per motivi atmosferici (il Santuario chiude comunque dal primo novembre fino al primo maggio, siamo a 1337 metri sul livello del mare).
Due le celebrazioni: nella festa della Trinità e nel giorno di Sant’Anna (alla madre di Maria e al suo sposo, San Giuseppe, sono dedicate due cappelline aperte nella roccia nell’Ottocento). La ritualità prevede la recita del “Pianto delle Zitelle”, una ventina di giovani di Vallepietra danno corpo e voce a una sorta di lauda medievale (dalle origini incerte, codificata solo nel corso del Settecento), ricordando la Passione di Cristo. La melodia del “Pianto delle Zitelle” è stata tramandata oralmente per molti secoli. Essa ha subito le variazioni tipiche di una musica fondata unicamente sulla trasmissione orale. Il primo documento è un sonoro del 1939, in un filmato realizzato sulla sceneggiatura di Emilio Cecchi.

