Chi ha fatto studi classici associa probabilmente Arpino al più famoso dei suoi figli: Marco Tullio Cicerone. E magari al “Certamen Ciceronianum Arpinas” che dal 1980, nel mese di maggio, propone la sfida (traduzione di un brano dell’Arpinate) tra gli studenti dei licei classici (e dal 2015 anche scientifici) di tutto il mondo. La casa di Cicerone non c’è più, la “torre di Cicerone” (foto) – nella cittadella medievale del borgo – non è altro che una torre di avvistamento del XII secolo.
Ma c’è un altro figlio illustre, un pittore celebratissimo al suo tempo, oggi un po’ dimenticato: Giuseppe Cesari (1568-1640), detto il Cavalier d’Arpino. La sua fama postuma la si deve al fatto che nella sua bottega romana si fecero le ossa il Caravaggio, ma anche il suo “oppositore artistico”, Guido Reni. In vita, il Cavalier d’Arpino godette di successo e ricchezze che gli permisero di costruire casa propria in via del Corso a Roma, oltre che restaurare il palazzo natio ad Arpino. Non solo: la sua straordinaria collezione di quadri è diventata la base di quella che oggi si può vedere alla Galleria Borghese (fu il cardinale Scipione Borghese a confiscargliela, con un pretesto). Il Cesari si riprese presto dallo smacco, si risposò, in seconde nozze, e si fece una nuova residenza in via dei Serpenti.
Fu il Cavalier d’Arpino a proporre l’iconografia moderna di San Michele Arcangelo (foto, l’opera del 1620 che campeggia sull’altare dell’omonima chiesa ad Arpino, precede di sedici anni quella che ebbe certamente più successo, dipinta da Guido Reni nel 1636, altra foto). C’è una devozione tutta particolare nel Lazio (e in Ciociaria) all’Arcangelo Michele. Una copia perfetta del San Michele di Guido Reni si trova nella chiesa di San Michele a Veroli, pochi chilometri da Arpino. Un Santuario speciale (oltre a quello sul Gargano) dedicato a San Michele è quello vicino a Viterbo (a Castel Sant’Elia, una delle prossime tappe dei nostri viaggi). Una devozione particolare all’Arcangelo la si deve a papa Leone XIII (1810-1903), nativo di Carpineto Romano, che non è Ciociaria, ma quasi. Più noto per la sua Rerum Novarum, papa Pecci compose nel 1884 una preghiera a San Michele Arcangelo, che dal 1886 fino al 1964 veniva letta alla fine di ogni celebrazione eucaristica.
Si concludeva così: “San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, contro le malvagità e le insidie del demonio sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, Principe delle milizie celesti, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime”.
Una visione del Pontefice sarebbe stata all’origine dell’invocazione. Sessantacinque anni prima di papa Leone XIII, la beata mistica tedesca Anna Caterina Emmerick (1774-1824) vide le immagini di una grande battaglia spirituale, da cui la Chiesa veniva salvata attraverso l’aiuto particolare dell’Arcangelo Michele.
Nel 1994, papa San Giovanni Paolo II ebbe a dire, riguardo alla preghiera a San Michele di Leone XIII: “Anche se oggi questa preghiera non viene più recitata al termine della celebrazione eucaristica, invito tutti a non dimenticarla, ma a recitarla per ottenere di essere aiutati nella battaglia contro le forze delle tenebre e contro lo spirito di questo mondo”.
I romani passano ormai indifferenti sotto Castel Sant’Angelo, ma è proprio Michele Arcangelo raffigurato nell’atto di riporre la spada, dopo una terribile pestilenza, così come disse di averlo visto papa Gregorio Magno (540-604). Oggi, San Michele è anche patrono della Gendarmeria Vaticana, chiamata a vegliare sul Papa e sulla Città del Vaticano. Il suo nome, in ebraico significa “Chi è come Dio?”.
Abbiamo scelto Arpino e San Michele, attraverso le immagini del Cavalier Cesari. Con buona pace di Cicerone.
E del misterioso arco ogivale (VI-VII secolo) che si apre nelle mura megalitiche nell’acropoli (Civitavecchia) appena fuori del paese, che raccordano le sorti di Arpino con quelle di Troia e di Micene.

