Subiaco è un borgo grigio, dominato dall’arcigna Rocca dei Borgia, dove l’amante del cardinale Rodrigo Borgia (che diventerà papa Alessandro VI), quella Vannozza Cattanei sepolta in Santa Maria del Popolo a Roma, probabilmente diede alla luce tutti e quattro i figli, Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo, nati prima che il cardinale Rodrigo diventasse papa (1492).

Ma ovviamente a Subiaco non si va per il gossip della Roma papalina, ma per seguire le tracce di quell’eremita formidabile che diventò padre del monachesimo occidentale, San Benedetto (480-547).

In vista dell’ottavo centenario della morte di San Francesco tutti parlano del Serafico “folle di Dio”, ma proprio qui a Subiaco, nel monastero del Sacro Speco c’è il suo più antico ritratto, senza aureola, segno che venne dipinto con lui ancora in vita (e visto che è ancora senza stimmate si tratta di un affresco di prima del 1224, più o meno coevo del ritratto francescano di Bominaco, anche in quel caso senza stimmate, ma lì già con il nimbo della santità).

Certamente nel suo incessante peregrinare Francesco venne in visita a Subiaco, al Sacro Speco, sulle tracce di Benedetto, nel 1223. E l’abate del Monastero di Santa Scolastica (la santa sorella di Benedetto) gli donò un romitorio, quello che oggi è il Convento di San Francesco a Subiaco, lungo l’Aniene.

Più di sette secoli di distanza, una vocazione assai diversa (stanziale quella di Benedetto, itinerante quella di Francesco), ma lo stesso amore per Cristo. Per entrambi tutto nasce nella solitudine, per poi diventare ritmo comunitario, dall’eremo al cenobio. Citando una lettura di questa estate: “Soltanto restando nella comunità possiamo essere soli, e soltanto chi è solo può vivere nella comunità” (Dietrich Bonhoeffer).

Lo Speco dove si rifugiò San Benedetto era vicino a un monastero retto da un abate, tale Adeodato, nella comunità del quale c’era quel Romano che nutrì per tre anni il giovane Benedetto, calandogli ogni giorno qualche suo avanzo dentro la grotta.

La fama del giovane eremita si era diffusa nel frattempo, e ci fu qualche comunità che lo avrebbe voluto come guida, salvo poi (a Vicovaro) accorgersi di una severità giudicata eccessiva, al punto da tentare di avvelenarlo (analogo e vano tentativo venne fatto qualche anno dopo da un prete di Subiaco, tale Fiorenzo).

Benedetto allora si decise a fondare una sua comunità, dedicandola a San Clemente, con altre dodici comunità satelliti, collegate, tutte sorsero nella valle dell’Aniene, nei pressi della grande villa che Nerone aveva fatto costruire, accanto ai laghi artificiali creati dai romani per assicurare l’acqua dell’Aniene per l’acquedotto della Capitale.

Dopo diciotto anni di vita pubblica a Subiaco, in odore di santità già in vita, ma anche circondato da invidie e malevole compagnie, il santo decisi di lasciare Subiaco per Montecassino (era il 529), dove scriverà la Regola (un prologo e 73 capitoli) con un’attenzione costante alla preghiera e una “simpatia” esplicita per il silenzio: “A causa della gravità del silenzio, anche ai migliori discepoli si conceda raramente la facoltà di parlare sia pure di argomenti buoni, santi ed edificanti, perché è scritto: Nei molti discorsi non eviterai il peccato”.