Si dice che si tratti di uno dei più antichi luoghi di culto mariano.

E forse questo spiega la venerazione di San Giovanni Paolo II per questo Santuario: ci venne a pregare un paio di settimane dopo la sua elezione al soglio pontificio, il 29 ottobre 1978.

Ci tornò tante volte (e tante volte prima si recò qui da cardinale), e spesso privatamente (disse: “In occasione dei miei soggiorni a Roma, ho spesso visitato il Santuario della Madonna della Mentorella. Questo luogo mi ha aiutato tanto a pregare”): il luogo da più di 150 anni è affidato ai padri Resurrezionisti polacchi.

Benedetto XVI fece omaggio della corona alla statua lignea della Madre delle Grazie (risalente all’XI secolo).

E papa Leone XIV ha già fatto visita al Santuario lo scorso 19 agosto.

La tradizione vuole che questo luogo di devozione sia stato individuato da Costantino (274-337), che avrebbe voluto celebrare qui la conversione e il martirio di un generale romano, Sant’Eustachio, detto Placido.

La sua vicenda è legata a testimonianze incerte, sistematizzate dall’immancabile “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine che narrava di un comandante dell’imperatore Traiano, detto Placido, un pagano pio e misericordioso: “Poiché era perseverante nell’onestà, il Signore lo giudicò degno di conoscere la sua parola”: un giorno, mentre stava cacciando, s’imbatté in un branco di cervi, fra i quali ve n’era uno bianco e maestoso che fuggì su un’altissima rupe. Mentre Placido si apprestava a ucciderlo, fra le corna dell’animale apparve una croce luminosissima con l’immagine del Cristo”.

La visione, secondo la tradizione avvenne qui, sulla roccia della Mentorella. Eustachio si convertì e accettò il martirio dopo molti tentativi di fargli abiurare la nuova fede.

La cappella di Sant’Eustachio dovrebbe essere la parte più antica del sito (poco più di 1000 metri di altitudine sui monti Prenestini), spettacolare luogo della natura, oltre che della fede.

L’adolescente San Benedetto, che “ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio” (secondo le parole di Gregorio Magno), lascia Roma in fretta e furia, sottraendosi agli studi apparecchiati dal padre e prima di approdare allo speco di Subiaco si dice che abbia soggiornato in una grotta (ancora visitabile a due passi dal santuario) proprio qui.

Di sicuro dal VI secolo il luogo è affidato alle cure dei padri benedettini, come ribadisce la lapide all’ingresso della grotta di San Benedetto, dove si fa memoria della caducità della vita e della perennità della Resurrezione, con un motto che ritroviamo anche nella Cripta dei Cappuccini (in via Veneto a Roma): “Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete“.

E rimanda a quell’epitaffio che a Milano, in piazza Aquileia, ricorda i morti della peste del Seicento: “Quel che sarete voi, noi lo siamo adesso: chi si scorda di noi scorda sé stesso.”

La piccola chiesa è nello stile delle basiliche romaniche del XII secolo, con molti inserti (gli attuali affreschi) del XVI e XVII secolo. La parte più antica è la vigorosa statua della Madonna con il Bambino (come detto dell’XI secolo) e il ciborio del XIII secolo.

In questo luogo “santo” (e di santi: Eustachio, Benedetto, Giovanni Paolo II) è davvero difficile sottrarsi alla preghiera.