C’è chi ritiene che le due strofe del Cantico di San Francesco, dedicate all’acqua e al fuoco, siano state composte qui, nella “Foresta”, uno dei quattro luoghi francescani nella Valle Santa di Rieti (oltre al Santuario della Foresta, quelli di Greccio, Poggio Bustone, Fontecolombo). Di certo il Santo di Assisi si ricoverò qui, tra il settembre del 1225 e il gennaio del 1226. Esattamente ottocento anni fa. Era già quasi cieco.

Frate Elia lo aveva convinto a dirigersi al convento di Fontecolombo (una quindicina di chilometri da qui, dove un paio d’anni prima aveva definito la “Regola bullata”, ne parleremo domani) per sottoporsi a un intervento chirurgico agli occhi; alla fine somigliò più a una tortura.

Era meglio avvicinarsi in inverno. Il freddo avrebbe favorito la cauterizzazione. Ma quando arrivò, verso fine settembre, l’autunno era ancora mite, era tempo della vendemmia. Il curato della chiesetta di san Fabiano (che oggi è incorporata in quella di Santa Maria della Foresta, edificata un paio di secoli dopo) aveva una vigna (dove oggi c’è il piccolo chiostro del convento che fu).

Era il suo piccolo tesoro: con il vino che ne ricavava poteva scambiare uova, farina, e qualche animale per sfamarsi durante l’inverno.

Quando a Rieti si seppe dell’arrivo di San Francesco iniziò un pellegrinaggio incessante. Tutti volevano vedere il “Santo”. Tutti lo consideravano già così, in vita. Con scarso riguardo per la vigna altrui, i pellegrini si sfamarono proprio con quell’uva abbondante. Il Serafico convinse il curato a sopportare il dolce saccheggio, promettendogli che la poca uva rimasta gli avrebbe dato il doppio del vino dell’anno prima. Così avvenne. Oggi si conserva una parte della vasca della pigiatura di allora, la vasca del miracolo dell’uva e del vino.

Si arriva al luogo francescano, tra roveri e castagni, percorrendo una via Crucis, dove le stazioni sono illustrate con maioliche napoletane del Settecento. Davanti a quello che fu il convento (gli ultimi frati lo lasciarono nel 1985) c’è una grande statua del Santo di Assisi, con i suoi più assidui accompagnatori (Elia, Leone, Masseo, Rufino). Nel Santuario si trova lo Speco dove San Francesco trascorse gran parte del suo tempo in preghiera: nelle ferite della terra, come nel costato del Cristo.

E poi la chiesa “doppia” di San Fabiano (con affreschi del XIII secolo) e di Santa Maria della Foresta (prima edificata accanto all’altra, poi unita in un unico ambiente, con due distinti altari), il chiostro con le colonnine ottagonali in materiali poveri (il marmo non si addiceva al romitorio francescano), la vasca dell’uva.

Nel florilegio di libri, dedicati all’Assisiate, usciti in questa vigilia dell’ottavo centenario della morte (ottobre 1226), c’è chi come Alessandro Barbero ha voluto sottolineare le diversità dei racconti che hanno dato conto della sua biografia, inseguendo, chissà, il “vero” Francesco. Ma “la filologia e la storia non dicono tutto di un uomo, lo inventano sempre in qualche misura pur se dicono di attenersi ai fatti.

Ma una vita non è una successione di fatti, è il fuoco che li genera e li consuma” come chiosa Davide Rondoni, che presiede il comitato per le celebrazioni francescane, nel suo recente volume dedicato al Santo. E aggiunge: “M’insegui da sempre, grondante di secoli e immagini, sfuggendo a ogni definizione. E da tutti i nomi che posso darti (pazzo, giullare, santo, poeta, visionario…) mi guardi. Li rompi tutti, quei nomi, e ripeti la domanda. Vuoi la letizia? O ti accontenti di una vita tra gioie passeggere e dolori nebbiosi?”.

In questo rimbalzo di pensieri su San Francesco mi piace recuperare il solito Chesterton, che gli dedicò, cent’anni fa (1923) un libro che non è una biografia ma un incontro. L’incontro con un innamorato: “Per questo grande mistico, la religione non fu una teoria qualsiasi, ma qualcosa di più simile a una storia d’amore”. Innamorato di Dio, e quindi degli uomini: “San Francesco non amava l’umanità, ma amava gli uomini”.

Nel Santuario della Foresta è bello immaginare quel “folle” poeta – un poeta felice, lieto, commenta Chesterton, a differenza dei tanti poeti sofferenti e lamentosi – malato, nel suo ultimo anno di vita terrena, eppure ancora intento a masticare versi (come un trovatore: d’altronde la mamma era francese e lui venne chiamato Francesco anche perché amava la poesia dei francesi e la loro lingua musicale, che seppe poi riproporre per primo nel volgare che diventerà italiano) e a intonare lodi come chi ha scoperto di avere un debito infinito, incolmabile e quindi paradossalmente sopportabile, in letizia, a condizione di continuare a dare, incessantemente, “come da un pozzo senza fondo di insormontabile gratitudine”.

La visita al Santuario è oggi guidata da alcuni volontari di “Mondo X”, l’associazione fondata da un francescano un po’ sui generis, padre Eligio (noto alle cronache degli anni Settanta) oggi ultranovantenne, ritirato in una isoletta accanto alla Sicilia. A “Mondo X” è stato affidato il terreno e l’immobile, per una delle ultime 14 case-comunità della Fondazione (furono più di 30, negli anni d’oro di Eligio, padre spirituale di Gianni Rivera e del Milan) dove trovano rifugio giovani che hanno litigato con il mondo, senza amare sé stessi.

Qui sono in sette (la casa ne ospita al massimo dodici).