Il miracolo venerato nel Santuario della Madonna del Soccorso a Cori è datato 4 maggio 1521.

La piccola Oliva Iannese, figlia di Giovanni e Santa, cittadini di Cori, cercando di raggiungere la madre che si recava in montagna a mietere i campi, si perse sul monte delle Ginestre. Disorientata da un improvviso temporale, si smarrì.

La bambina si spaventò e rifugiatasi sotto un albero implorava la “mamma”. Le apparve una bella Signora vestita di bianco. Il maltempo durò otto giorni, durante i quali la Signora accudì Oliva, le fece compagnia, le procurò il cibo.

Tornato il bel tempo la Signora rivelò il suo nome: “Io sono Maria Vergine”, e poi le indicò la strada per il ritorno al paese. Il racconto si basa su quello che testimoniò la bambina. Venne creduta.

E di lì a pochi giorni i Coresi adottarono la “Madonna del Soccorso” come loro patrona, soppiantando santa Oliva, che era la tradizionale dedicataria della venerazione locale. Non a caso la bimba si chiamava proprio Oliva.

Già nel 1521 fu eretta, sul luogo dell’evento miracoloso, una cappella contenente l’immagine della Madonna, ma sedici anni più tardi, essendo aumentato il numero dei devoti, fu eretta una chiesa alla quale fu annessa anche la primitiva cappella.

Nel posto dove Oliva fu soccorsa dalla Vergine, i Coresi rinvennero un affresco che tuttora è custodito sull’altare maggiore del Santuario (nella foto). Il dipinto della Madonna del Soccorso è arrivato ai nostri giorni dopo molti restauri e sovrapposizioni; si vede la Madonna seduta sul trono con un mantello mentre mantiene con il braccio sinistro Gesù Bambino; in alto due angeli che sorreggono una corona; a sinistra della Vergine venne aggiunta la figura della bambina Oliva, avvolta in un abito rosso, inginocchiata.

Dopo un processo durato circa 50 anni la Curia di Velletri approvò la veridicità dell’evento prodigioso. Il Soccorso miracoloso della bambina divenne ufficialmente oggetto di venerazione.

Il destino dei “miracoli” è quello di non essere oggetto di fede. Nessun fatto prodigioso lo può diventare. Non ci potrà mai essere una “prova oggettiva” dell’esistenza di una Onnipotenza soprannaturale che possa sottrarci dalla libertà della fede.

Non c’è prodigio che tenga, che possa far dipendere la fede da esso. Nemmeno il più clamoroso. Vittorio Messori amava citarne due, più sorprendenti di altri, sempre attribuiti a Maria: quello della gamba “ricreata” al povero zoppo spagnolo, Miguel Juan Pellicer (attribuito alla Vergine del Pilar), e quello del belga Peter van Rudder (attribuito alla Nostra Signora di Lourdes) che vide rigenerarsi sei centimetri di osso nelle sue gambe.

Citando Blaise Pascal: “L’ultimo passo della ragione è riconoscere che vi è una infinità di cose che la superano”. Ma ai giorni nostri l’ostacolo non è più lo scientismo illuminista o il fideismo razionalista che portava Ernest Renan a pretendere che “tutto, nella storia degli uomini deve avere una spiegazione umana”.

Oggi si crede – più semplicemente – che nulla debba pretendere una spiegazione. Si ritiene che sia il Caso – o il suo anagramma, il Caos – a regnare sovrano nella vita degli uomini.

L’interno della chiesa, in stile barocco, è ad unica navata coperta a volta. La zona del presbiterio è invece coperta dalla cupola seicentesca. Ai lati della navata si vedono quattro altari, due per lato, intitolati a san Pasquale Baylon (protettore dei cuochi e delle donne in cerca di marito: gli si attribuisce l’invenzione dello zabaione, con una storpiatura da “san Bayon”), un altro ai santi Girolamo e Carlo Borromeo, un terzo altare dedicato alla Sacra Famiglia e il quarto a Santa Lucia.

In fondo alla navata, prima del presbiterio, a sinistra si apre l’accesso alla Cappella dell’Apparizione.

I Coresi festeggiano la festa della Madonna del Soccorso alla seconda domenica di maggio, nel giorno in cui si celebra la festa della mamma.

La Madonna si propose mamma della piccola Oliva per otto giorni e mamma di tutti, per sempre.