A Natale non si può rinunciare alla visita di Greccio.
Quest’anno è un’occasione speciale per introdurci all’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, che a Greccio volle “fare memoria” del “Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi per la mancanza delle cose necessarie a un neonato” come racconta Tommaso da Celano, che per primo riferisce l’episodio di quel Natale del 1223.
Dove venne allestito il primo presepe vivente sorse la chiesa (già nel 1228, anno della canonizzazione del Serafico) e l’annesso convento. La grotta di allora fu affrescata (scuola giottesca del XIV secolo) con un dipinto che rievoca il Natale di Betlemme e a sinistra quello di Greccio.
Oggi la Cappella del Presepe è l’ingresso per la visita al santuario, uno dei quattro siti francescani nella Valle Santa di Rieti, oltre a Poggio Bustone, Foresta e Fonte Colombo.
La presenza di san Francesco a Greccio è probabile, anche se non documentata, già negli anni precedenti (tra il 1209 e il 1217).
Doveva avere una certa frequentazione con quei luoghi, visto che conosceva bene quel Giovanni Velita, feudatario di Greccio, a cui commissionò l’allestimento del presepe, intorno al 10 dicembre del 1223: “Se vuoi che celebriamo a Greccio l’imminente festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico”.
San Bonaventura nella sua Legenda Maior spiega: “Fece preparare una mangiatoia, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove e un asino”.
Il luogo scelto per questa “sacra rappresentazione” fu la grotta dove Francesco era solito risiedere quando passava da Greccio. Il borgo divenne una nuova Betlemme.
Da allora sarebbe stato vano inseguire una riconquista dei Luoghi Santi in Palestina: ogni Greccio del mondo avrebbe potuto essere luogo della “memoria” della Natività. Il viaggio in Terra Santa di Francesco (1219-1220), forse gli aveva suggerito anche questo.
Francesco aveva una propensione per l’arte e la teatralità. Cantava spesso, in francese, scriveva poesie (lo sappiamo bene, in volgare italiano) – quella notte a Greccio imitava il belato delle pecore, ripetendo il nome di Betlemme – coinvolgeva tutti i sensi nelle sue esperienze spirituali.
Nulla di intellettualistico, molto di nobilmente intellettuale. Di teatrale. La fisicità è una caratteristica ineliminabile dell’esperienza di Francesco: dalla devota servitù per i lebbrosi, alla gioia infantile davanti alla memoria della Natività.
Gioia carnale. Nella Vita seconda, Tommaso da Celano scrive: “Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva di venerdì.
Francesco rispose a frate Morico: “Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che un giorno come questo anche i muri mangino carne (…) Voleva che in questo giorno i poveri fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante”.
Avrebbe voluto un editto dell’imperatore perché le vie fossero sparse di frumento e di granaglie “affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne avessero in abbondanza”.
E poi, dopo l’evento di quella notte (dove secondo Giovanni Velita anche la statuetta del Bambino, unico personaggio finto della rappresentazione vivente, per un attimo prese vita) il fieno utilizzato per allestire la mangiatoia divenne “reliquia” taumaturgica, che guarì “giumenti e altri animali” e favorì il parto di quelle donne che avevano un travaglio più difficile e doloroso (come quello di sua mamma, donna Pica, secondo la leggenda che abbiamo ricordato ieri).
Francesco era sempre stato devoto alla conservazione delle reliquie e di tutto ciò “che si riferisce a Dio”.
Nella memoria della povertà del Bambino di Betlemme – come lo chiamava – e nella letizia giocosa della rappresentazione dell’Evento, Francesco concludeva un anno difficile: aveva appena definito, con fatica, il testo della Regola (foto) dettato dal Cristo stesso a Fonte Colombo.
Di lì a qualche mese avrebbe ricevuto le stimmate alla Verna e sarebbero iniziati i mesi più difficili: il fisico ormai gravemente malato gli avrebbe impedito di fare le due cose che preferiva, camminare e predicare.
Sentiva avvicinarsi il transito, che avverrà nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226. Ottocento anni fa.

