Il calendario lo festeggia domani, sabato 17 gennaio.
Sant’Antonio abate visse e morì ultracentenario (251-357) in Egitto, lasciando la famiglia paterna, assai agiata, per fare vita da anacoreta, monaco solitario, ma presto in odore di santità venne pregato di fare guarigioni e di guidare la scelta monastica di altri con la sua vocazione di lasciare il mondo.
A lui Pietro da Morrone (che divenne papa Celestino V) volle dedicare la chiesa che fece costruire a Ferentino (sul colle del Fico) in Ciociaria, tra il 1260 e il 1267, al ritorno dalla sua discesa a Roma per farsi approvare la Regola del suo ordine monastico, l’Ordine dei Celestini.
Come Antonio anche Pietro da Morrone fu eremita per vocazione, ma richiesto di fare da guida persino all’intera Chiesa cattolica, come vicario di Cristo per pochi mesi, prima delle dimissioni e della morte (a Fumone, se volete rileggere il nostro viaggio nel castello, Fumone, la prigione di Celestino | Teofilo).
Nella chiesa di Ferentino – luogo mistico e isolato, anche ora, benché sia sede parrocchiale da circa un secolo – Celestino venne tumulato alla sua morte (1296).
Fino al 1327, quando le sue spoglie mortali furono sottratte da alcuni monaci celestiniani che lo vollero seppellire a Collemaggio (dove sono ancora). Nella chiesa di Sant’Antonio a Ferentino si venera ancora il luogo della sepoltura, nella navata centrale, con una lampada votiva e un mazzo di fiori.
La chiesa venne retta dall’Ordine dei Celestini dal XIII al XVII secolo; in seguito, per penuria di monaci, fu aggregata alla chiesa di Sant’Eusebio a Roma. Subì molti rimaneggiamenti: la pala d’altare (foto) è dell’Ottocento e raffigura la Vergine con il Bambino e i santi Pietro Celestino, Giovanni Battista, e Antonio abate.
Ma nell’ultimo restauro vennero fatti riemergere molti particolari originali, tra cui alcuni affreschi della navata centrale (XIII e XIV secolo), attribuiti alla scuola di Pietro Cavallini, tra cui un espressivo Sant’Antonio abate (foto).
Gli affreschi che decorano l’arco trionfale riproducono tre scudi appesi alla parete in risalto su un drappo verde: a sinistra c’è lo stemma della città di Ferentino (il giglio bianco su fondo rosso), al centro, in maggiori dimensioni, quello dei Fratelli dello Spirito Santo fondati da Pietro del Morrone (sull’arma a fondo bianco la croce ha la lettera S sovrapposta al suo asse verticale; sopra l’arma è riprodotta la tiara pontificia), e a destra è dipinto lo stemma dell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani (sull’arma a sfondo bianco si staglia il Tau, sul quale è riprodotta la croce infissa sul Calvario, raffigurato da tre piccoli monti).
La Chiesa ricca di memorie celestiniane sorge lungo la via francigena e conserva tracce templari (come molte chiese dal territorio, dall’abbazia di Casamari a San Francesco di Alatri) e pur nella sua trasformazione in parrocchia secolare ha mantenuto le tracce medievali nel chiostro e nell’esterno romanico-gotico, meno austero delle cattedrali cistercensi, e molto più simile agli eremi francescani del territorio.
Qualche parola in più alla fine sul santo dedicatario, Antonio, sempre messo in ombra dall’Antonio da Padova (o di Lisbona, che dir si voglia) e spesso declassato come il sant’Antonio “dei maiali”, perché protettore dei suini e di tutti gli animali domestici, per un aneddoto che risale alla sua venerazione.
Quando morì in Egitto, nel deserto della Tebaide, venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto ma nel 561 il suo sepolcro fu scoperto e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore; qui, a venerarne le reliquie, affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala usata per fare il pane.
Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come “ignis sacer” per il bruciore che provocava.
Per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli “Antoniani”.
Il papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di S. Antonio” e poi “fuoco di S. Antonio” (herpes zoster).
Per questo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò a essere associato al grande eremita egiziano.

