“In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’agnello di Dio”.
L’Agnus Dei – il Vangelo di oggi – è il tema della decorazione del catino absidale di San Vitale a Ravenna.
La luce abbagliante dei mosaici fra volute di foglie d’acanto, piante, uccelli e altri animali circonda l’Agnello sorretto da quattro angeli, probabilmente i quattro arcangeli Michele, Raffaele, Gabriele e Uriele, inserito in una ghirlanda di frutta con all’interno ventisette stelle d’oro e d’argento (27, multiplo di 3, riferimento esplicito alla Trinità, di cui l’Agnello, come Figlio di Dio è parte integrante).
La cartolina di oggi, ancora da Ravenna, non ci restituisce l’Agnello dell’Apocalisse (con “sette corna e sette occhi” che abbiamo visto nella cripta di san Magno ad Anagni, foto), bensì l’Agnello del sacrificio, l’immagine che nei primi secoli del Cristianesimo è stata preferita a quella del Crocifisso.
E’ l’immagine dal sapore orientale (Ravenna, da capitale dell’Impero d’Occidente, diventa il ponte ideale verso quello d’Oriente, portatore dell’arte bizantina, non ancora iconoclasta, ma con evidenti segni di spiritualizzazione figurativa) che propone anche il Cristo imberbe (almeno nell’abside) secondo la tradizione bizantina.
Un Cristo occidentale, con barba fluente fa da contraltare nell’intradosso, in corrispondenza dell’Agnello (come ci ricordava pochi giorni fa padre Ivan: “talya” in aramaico significa sia agnello, sia figlio, sia servo) si ritrova in mezzo agli apostoli (con Paolo al posto di Giuda) e ai presunti figli di san Vitale, i martiri ambrosiani Gervaso e Protaso (nei tondi in basso a destra e a sinistra).
L’incredibile bellezza del mosaico di Ravenna data 546-556, gli anni dell’episcopato di Massimiano, che volle erigere la chiesa, immaginando la visita dell’imperatore Giustiniano e Teodora (che mai vennero a Ravenna), compendiando la storia della fede di Abramo e quella del sacrificio di Abele e quello sacerdotale di Melchisedec.
Togliete a questa meraviglia tutti i contenuti biblici ed evangelici (che invece ispirarono la scrittura di Dante esule presso la corte dei Da Polenta), resterà “solo” la luce, quella che Gustav Klimt (due visite a Ravenna nel 1903) rubò dai mosaici – ritrovando in qualche modo anche l’eredità della sua famiglia di orafi – per segnare il “periodo d’oro” dal ritratto di Adele Bloch-Bauer a Il bacio tra il 1907 e il 1908.

