E’ uno dei più antichi santuari mariani del Lazio. La statua delle Vergine che viene venerata è fatta risalire all’XI secolo, ma è dal 719 che i monaci benedettini insediarono un piccolo cenobio con annessa cappella dedicata alla Madre di Dio. Scelsero di “cristianizzare” un luogo dove sorgeva da tempo un’ara dedicata alla dea Mefite, culto pagano diffuso nell’Italia centrale. I luoghi di culto di Mefite sono situati quasi sempre in un ambiente caratterizzato dalla presenza di acque fluviali o lacustri. La valle di Canneto è così, ricchissima d’acqua.
L’acqua abbondante, che si allarga in un ameno laghetto ai piedi del santuario, viene dalle vicine sorgenti del fiume Melfa, che dopo aver attraversato la valle scende verso Settefrati, per poi gettarsi, dopo 40 chilometri nel Liri, il fiume che forma le bellissime cascate “urbane” di Isola del Liri (foto).
Il fascino del luogo è rimasto intatto. La natura è generosa e rigogliosa: non c’è più traccia dei canneti che davano il nome alla valle ricca d’acqua, ma ci sono faggete lussureggianti. La chiesa attuale è l’ultimo (realizzato tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso) di una lunga serie di rifacimenti. La facciata con portico è un rimaneggiamento neoclassico, tutto il resto è moderno e modernista, come l’annessa Casa del Pellegrino (con più di venti camere e due sale riunioni).
Fino al 1392 il santuario aveva accanto la residenza dei monaci, che poi si trasferirono a valle, a Settefrati dove inizia il Parco Nazionale d’Abruzzo. Il nome Settefrati non deriva dai frati-monaci benedettini, ma dai sette fratelli – Felice, Filippo, Vitale, Marziale, Alessandro, Silano e Gennaro – figli di Santa Felicita, martirizzati insieme alla madre, secondo la tradizione, nell’anno 164. E certamente il racconto del martirologio beneventano si ispira all’episodio biblico del libro dei Maccabei: “Non temere questo carnefice (…) accetta la morte perché io possa riaverti insieme con i tuoi fratelli il giorno nel giorno della misericordia» (Mac 7,29)
Il Santuario è rimasto meta di pellegrinaggi mariani (per lo più in agosto) fino ai nostri giorni, anche se privato di un presidio stanziale e oscurato da una costruzione troppo anonima.
Alla storia della venerazione mariana, incardinata dai benedettini si sovrappose alla fine dell’Ottocento, una “leggenda”, un racconto dal sapore fiabesco, probabilmente suggerito dal clamore che in quegli anni si diffondeva da Lourdes.
Infatti, il racconto ambisce a dare una origine al culto mariano e alla statua lignea tuttora presente nel Santuario, ma si tratta di una narrazione che non è documentata prima della seconda metà dell’Ottocento, certamente dopo la notorietà dei fatti accaduti alla giovane Bernadette Soubirous.
Si narra di una pastorella di nome Silvana (nome che riporta a un generico “ragazza dei boschi”) intenta a pascolare le sue pecore nella valle di Canneto, che vide apparire tra i fiori del prato una Signora risplendente di celestiale bellezza.
“Va dall’arciprete di Settefrati…” disse la Signora consegnando una lettera alla fanciulla spaurita “digli che la madre di Dio vuole una Chiesa in questa Valle”. “Ma – rispose la pastorella – io non posso abbandonare le pecore e devo condurle giù al piano per farle bere, perché qui non si trova neanche una goccia d’acqua”. “All’acqua penserò io… Tu va e fa quello che ti ho detto” e detto questo toccò lievemente con le sue dita prodigiose la roccia calcarea della rupe che si elevava sul pianoro ora chiamato Capo D’Acqua; tutto ad un tratto, zampillò ai piedi stessi del masso una fontana d’acqua limpidissima e freschissima. Saranno le sorgenti del Melfa.
Stupefatta dal prodigio la fanciulla si apprestò a compiere la missione affidatale: i pochi che credettero al primo annunzio dato dalla giovinetta, trovarono tra le rocce vicino alla sorgente prodigiosa una statua di legno che la fanciulla disse appunto essere l’immagine della Signora.
La statua si rivelò così pesante che gli abitanti di Settefrati – che avrebbero voluto portarla in paese – non riuscirono a smuoverla, da questo “segno” capirono che avrebbero dovuto esaudire la richiesta: costruire un santuario nel luogo del ritrovamento della statua.
Santa Maria di Canneto è stata proclamata patrona della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, riconoscendo il valore spirituale e pastorale che il culto mariano ha sempre avuto per le popolazioni locali.

