La nostra parrocchia – Santa Maria del Popolo – custodisce, tra i tanti tesori, anche la “Conversione di san Paolo” del Caravaggio.
Oggi, domenica 25 gennaio è il giorno della memoria liturgica dell’evento. Un’occasione per rammentare l’episodio e per apprezzare, una volta di più, la tela nella Cappella Cerasi, meta di migliaia di turisti e di qualche fedele.
Il racconto della Conversione è riferito tre volte negli Atti degli Apostoli, e almeno quattro volte dallo stesso Paolo, in altrettanti passi delle Lettere, ma in modalità indiretta, senza i dettagli riferiti da Luca.
Nel testo il cavallo non c’è mai, ma quel “cadendo a terra” scritto da Luca (Atti, 9,4) ha fatto immaginare un improvviso disarcionamento per un evento clamoroso e inatteso: “una luce dal cielo”, “più splendente del sole” “avvolse me e i miei compagni di viaggio. Tutti cademmo a terra” (secondo Atti 22, 6-7 e Atti 26,13-14).
Ma le prime raffigurazione di quella caduta non prevedono un cavallo. Una miniatura del VI secolo rappresenta un Paolo che cade in ginocchio.
Da questo schema iconografico sembra discendere la rappresentazione del mosaico della cappella Palatina a Palermo; e ancora senza l’animale l’evento viene raffigurato su una miniatura del Graduale, opera di Zanobi di Benedetto Strozzi e Filippo Torelli, della seconda metà del XV secolo, erroneamente attribuita al Beato Angelico.
Il cavallo appare con i disegni di Raffaello (l’arazzo conservato nella Pinacoteca Vaticana, databile 1515), con il Parmigianino (1527), così come nell’affresco di Michelangelo (che attribuisce i propri tratti somatici al Paolo caduto da cavallo) nella Cappella Paolina in Vaticano (1550), in Bruegel (1567) e poi in Guido Reni (1620). Così come nelle due Conversioni realizzate da Caravaggio.
Quella della Cappella Cerasi è successiva di qualche anno (probabilmente 1605) rispetto a quella oggi conservata nella collezione privata della famiglia Odescalchi Balbi (1601), nella foto, e che probabilmente era l’opera commissionata da Tiberio Cerasi, il facoltoso prelato, tesoriere generale della Camera Apostolica.
Padre, madre e fratello del Cerasi erano già sepolti in terra, nella chiesa, forse per questo motivo il Cerasi acquisto dagli agostiniani un intero sacello (in cambio di una casa a Montecitorio).
Una cappella già dedicata ai Santi patroni di Roma, Pietro e Paolo, da trasformare nella cappella funebre della famiglia intera. Anche per lui che già al momento dell’acquisto versava in cattive condizioni di salute.
Cerasi non badò a spese, e ingaggiò Carlo Maderno per il progetto architettonico; e volle Annibale Carracci (per la pala centrale dedicata all’Assunzione della Vergine) e il Caravaggio per i quadri laterali (dedicati a Pietro e Paolo).
La vera star all’epoca era Carracci; Caravaggio veniva dai successi recenti delle opere in San Luigi dei Francesi (il ciclo di san Matteo) ed era un astro nascente, degno sfidante di Annibale (il più giovane, ma il più talentuoso dei cugini Ludovico e Agostino), che aveva appena concluso gli affreschi del piano nobile di Palazzo Farnese.
Tutte e tre le opere della Cappella Cerasi erano state commissionate su tavole di cipresso, per assicurare lunga durata alla pittura, in un ambiente già notoriamente minato dalle infiltrazioni d’acqua del Pincio.
Ma le opere di Caravaggio che vediamo in Santa Maria del Popolo sono su tela. Perché?
Un piccolo mistero della storia dell’arte. La Conversione ora nella collezione Odescalchi è su tavola di cipresso e certamente era la versione originale (la sua parallela Crocifissione di san Pietro, su tavola, è invece andata persa).
Ma perché le due opere su legno non furono collocate subito nella cappella? Non piacquero a Cerasi? Erano troppo grandi per le dimensioni della Cappella? Non erano aderenti al testo sacro (la presenza del Cristo nella Conversione-Odescalchi, che ricorda il Cristo di San Matteo, non è citata – se non con la voce – nello scritto degli Atti)?
Complice la morte del committente – Tiberio Cerasi muore a Frascati nel maggio del 1601 – Caravaggio probabilmente ha un ripensamento.
Secondo Roberto Longhi, Caravaggio, dopo aver visto l’opera del Carracci (nella foto), assai innovativa dal punto di vista figurativo, preferì vendere le due tavole, impegnandosi in una nuova realizzazione – olio su tela, più adatto al suo gusto della luce – più “sfidante”, meno prevedibile.
UNA NUOVA NATIVITA’
Il suo “nuovo” San Paolo diventa imberbe (con uno strappo forte rispetto alla tradizione iconografica), con gli occhi chiusi e in una posizione statica a braccia aperte (senza nessuna protezione, anche in questo caso una novità iconografica assoluta: non si ripara, non si schernisce), che ricorda sia quella di un neonato (la conversione è una nuova nascita), sia quella di chi si prepara alla crocifissione.
Il “protagonismo” del cavallo – c’è chi ha ironizzato fin da allora, sulla “conversione” del cavallo – che occupa, incontrastato e docile, il centro della scena, è un’altra novità assoluta.
Ne risulta quasi una “Natività” in una stalla, con il vecchio palafreniere che potrebbe essere un San Giuseppe, e la Vergine (nella sua Assunzione al cielo), nel quadro accanto del Carracci.

