So che vi ho già accompagnati a Priverno, dove si conserva il cranio di san Tommaso d’Aquino (foto).
Ma oggi è pur sempre la sua festa liturgica, che curiosamente non coincide con la data della sua morte (7 marzo, 1274), ma con quella della traslazione dei suoi resti mortali da Fossanova a Tolosa, 28 gennaio 1369: fu il Concilio Vaticano II, a raccomandare di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale, e quindi si scelse il 28 gennaio, in coincidenza del viaggio delle sue reliquie.
Ancora più curiosamente fu proprio un altro 28 gennaio, nel suo ultimo anno di vita, il 1274, il giorno in cui probabilmente “iniziò a morire”.
Stava per raggiungere il castello di Maenza (oggi provincia di Latina), residenza della nipote Francesca, quando inciampò e gli cadde addosso il ramo di un albero.
Rimase stordito per qualche momento, poi si riprese; dopo qualche giorno al castello, riprese il cammino, ma comprese che non avrebbe potuto raggiungere Lione, dove era stato convocato il concilio ecumenico da papa Gregorio X.
Si ricoverò all’abbazia di Fossanova, dove morì il 7 marzo, dopo aver dettato ai monaci che lo avevano accolto con devozione un commento (andato perduto) sul Cantico dei Cantici.
Anche il campione della ragione concluse il suo percorso di vita terrena meditando sull’amore, decidendo in quegli ultimi giorni di contravvenire a un impegno preso da poche settimane: quello di non scrivere più nulla.
Accadde il 6 dicembre dell’anno prima, 1273, ebbe una visione a Napoli, dopo la quale impose al suo fidato segretario e confessore, Reginaldo, di liberarsi di tutti gli strumenti di scrittura.
Disse che non avrebbe dettato più nulla (san Tommaso era famoso per dettare contestualmente tre testi diversi ad altrettanti scriba): “Dopo quello che ho visto, tutto quello che ho scritto vale come un mucchio di paglia. Non ho più motivo di scrivere”.
Un articolo della rivista “World Neurosurgery”, pubblicato un paio d’anni fa, presenta una ricostruzione medica della causa della morte di san Tommaso d’Aquino.
Gli autori concludono che è altamente probabile che si sia trattato di un ematoma subdurale cronico, causato dal violento impatto con quell’albero sulla strada tra Napoli e Maenza.
Nato nel cuore della Ciociaria, non lontano da Frosinone, a Roccasecca (la data è incerta, persino l’anno: se fosse il 1226, come è possibile, dovremmo celebrare l’ottavo centenario della sua nascita, oltre che quello della morte di san Francesco: una mistica staffetta di Dio), avrebbe dovuto diventare abate di Montecassino (secondo i desideri del padre), e infatti fu iniziato alla vita benedettina, ma san Tommaso d’Aquino era roccioso, come nel suo aspetto.
Incontrò i domenicani e sopportò anche la “prigionia” impostagli dalla famiglia pur di non cambiare idea. Nobilissima famiglia, cugino di secondo grado dell’imperatore Federico II di Svevia, uomo di intelligenza superiore.
Nella biografia che gli ha dedicato Chesterton si legge: “Quando gli chiedevano quale fosse la cosa per cui ringraziava di più il Signore, rispondeva in tutta semplicità: Ho capito tutto di ogni pagina che ho letto”.

